Fidel Castro: Concetto di Rivoluzione

Revolución
Es sentido del momento histórico;
es cambiar todo lo que debe ser cambiado;
es igualdad y libertad plenas;
es ser tratado y tratar a los demás como seres humanos;
es emanciparnos por nosotros mismos y con nuestros propios esfuerzos;
es desafiar poderosas fuerzas dominantes dentro y fuera del ámbito social y nacional;
es defender valores en los que se cree al precio de cualquier sacrificio;
es modestia, desinterés, altruismo, solidaridad y heroísmo;
es luchar con audacia, inteligencia y realismo;
es no mentir jamás ni violar principios éticos;
es convicción profunda de que no existe fuerza en el mundo capaz de aplastar la fuerza de la verdad y las ideas.
Revolución es unidad, es independencia, es luchar por nuestros sueños de justicia para Cuba y para el mundo, que es la base de nuestro patriotismo, nuestro socialismo y nuestro internacionalismo.

Fidel Castro Ruz (1ro de mayo del 2000)

7.9.06

Ricordando Endrigo


Il sette settembre di un anno fa, rendendo triste il mio compleanno, ci ha lasciati Sergio Endrigo. Con lui ho avuto solo un fugace incontro, ma non lo scorderò mai. Musico in poesia, Endrigo è nato a Pola, in Istria, nel 1933. E’ stato uno dei componenti di quel gruppo di cantautori che tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60 hanno portato una ventata di aria nuova nella musica leggera italiana. La sua vena romantica lo ha fatto conoscere al grande pubblico come il cantautore per le giovani coppie innamorate, ma Endrigo è stato molto di più. A mio parere è stato uno dei personaggi più complessi, sensibili, intelligenti e culturalmente avanzati della canzone italiana del secolo appena concluso.
Le sue canzoni dalle melodie indimenticabili, commuovono e incantano. Musicista e poeta, nei pensieri, nella semplicità e nella vita, Sergio Endrigo è conosciuto soprattutto per i suoi successi sanremesi ma la sua carriera artistica è ben più intensa e piena di impegno sociale, politico e umanitario. Ha musicato testi di poeti quali Rafael Alberti, Josè Martì, Pasolini e Ungaretti. Amico di Ignazio Buttitta, di lui ricordava sempre una lettera che il poeta siciliano gli aveva mandato dagli Stai Uniti: “ Sergio carissimo, sono in una terra senza amore. Vedo solo cenere. Meglio carcerato in Sicilia che libero qui. Da dietro le inferriate si può vedere il cielo e il nostro cielo è umano. Ti abbraccio. Tuo Ignazio”.
Nelle sue canzoni, del vivere non indaga solo il lato morboso e non si ferma alla sua dimensione soggettiva e al tema dell’individuo, a quell’intimismo scontroso che ha caratterizzato spesso la canzone d’autore, la sua è una visione delle cose esplicitamente e dichiaratamente politica. Anche quando ha cantato l’amore, lo ha fatto rompendo gli schemi imposti dalla cultura bigotta e reazionaria dell’epoca. Viva Maddalena e Teresa ne sono due esempi chiarissimi. La donna non più moglie e madre ma essere libero e indipendente che vive la sessualità senza mezzi termini. Non a caso le sue prime canzoni per passare alla radio di Stato dovevano essere modificate perché in contrasto con il carattere asessuato con cui all’epoca veniva inteso il rapporto uomo-donna.
Molto intenso fu il suo rapporto con il Brasile, eletto a sua seconda patria. Molto conosciuto ed amato in quel Paese, ha avuto rapporti di collaborazione e di amicizia con artisti come Vinicius de Moraes, Toquiño, Chico Barque de Hollanda, Jobim, Joao Gilberto, Roberto Carlos. In coppia con quest’ultimo vinse anche un Festival di Sanremo. La sua casa di Mentana era diventata il punto d’incontro di tutti questi straordinari musicisti quando passavano per l’Italia. Molti di loro furono costretti ad emigrare a causa della feroce dittatura che seminava terrore nel loro Paese.
Tra i tanti Paesi dove era, e lo è ancora oggi, conosciutissimo ed amato, c’è sicuramente Cuba. Indimenticabile un suo concerto all’Avana alla fine degli anni sessanta quando miglia di cubani si alzarono in piedi per cantare con lui “La rosa bianca” tratta da una poesia di Josè Martì. Alla famosa Bodeguita del Medio alla Habana Vieja si incontra ancora una sua foto con la scritta “Sergio Endrigo, grande cantante italiano” in mezzo a quelle dei grandi personaggi che sono passati di lì.
Altro suo grande merito è stato sicuramente quello di avere rivoluzionato la musica per bambini. Ha scritto canzoni che hanno rotto con la retorica dominante, raccontando storie che rimarranno sempre un esempio ineguagliabile di intelligenza e sensibilità. In collaborazione con il grande amico Vinicius de Moraes e con lo scrittore Gianni Rodari, ha pubblicato brani che sicuramente sono quanto di meglio sia stato pensato e realizzato per l’infanzia.
Ascoltando le sue canzoni si comprende come l’umanità di Endrigo sia composta di amici, chitarre, conchiglie, nidi, uccelli, amori in libertà, ragazze e ragazzi che “tornano dal mare a raccontare che è finita la paura” per dire al mondo “la pura verità”. Infine la presa di coscienza, sofferta e disincantata, ma anche serena, del fallimento di una generazione. La rivoluzione ancora una volta rinviata e affidata ai “ragazzi e ragazze che tornano dal mare”. Perché nella rivoluzione Endrigo ci ha sempre creduto, non ha mai nascosto, anche se non lo ha mai sbandierato, di essere comunista. Ha sempre coltivato l’utopia di un socialismo che rendesse gli uomini tutti uguali. Comunista e non credente, al punto che i suoi funerali, per suo volere, si sono svolti senza funzione religiosa.
Coerente fino in fondo, dopo l’immenso successo degli anni sessanta e settanta, visto che il clima cambiava e che l’interesse delle case editrici e di tutto quanto gira intorno alla musica stava prendendo direzioni esclusivamente commerciali, si è ritirato in punta di piedi nella sua casa romana frequentata da ventotto gatti, lasciatigli in eridità dalla moglie scomparsa nel 1994, dalla figlia Claudia e da pochi amici. Ha continuato a scrivere canzoni e ha pubblicato anche degli album di ottima fattura ma senza l’appoggio della mostruosa macchina commerciale che sta dietro il mondo della canzone, non ha raggiunto il pubblico, nemmeno quello più attento alla qualità. Ha scritto anche un bel libro dal titolo inquietante “Quanto mi dai se mi sparo” dove racconta il mondo cinico e baro dell’ambiente dello spettacolo dal quale è riuscito a non farsi stritolare. Ovviamente nessuno si è preso la briga di rilanciare l’immensa opera che ci ha lasciato in eredità. Disse in un’intervista: “La canzone come scambio, racconto di un’emozione, di un fatto, è morta”. “I tempi sono cambiati e basta”. Le sue atmosfere, già da sempre lontane dal fracasso, schive, mal si adattarono al frastuono degli anni ottanta e seguenti. Non provava amarezza, rabbia o rancore. Anche quando è rimasto solo e dimenticato da tutti non ha mai perso la sua grande dignità e saggezza. E non si è mai prestato, contrariamente ai più, a fare il pagliaccio in certe melense trasmissioni per cercare una nuova notorietà.
Un uomo coerente come pochi Sergio Endrigo. In una delle sue ultime interviste disse: “anche se ho scarsa fiducia nei rappresentanti di Dio in terra, credo di avere rispettato i dieci comandamenti meno un paio….circa. Ho nominato il nome di Dio, diciamo “invano”, perché sono veneto e da noi la bestemmia è, a volte, un semplice intercalare e poi, qualche volta, ho desiderato la donna d’altri. Non ho mai fatto volontariamente del male a nessuno. Posso aver sbagliato, questo sì. Ma…. chi è perfetto?”
Avercene di persone così. Di lui conservo tutti i suoi dischi, un suo autografo e il ricordo di un incontro al Festival dell’Unità di Rimini all’inizio degli anni settanta.
Anche per fare contento l’amico Kalos trascrivo i versi de “La rosa bianca” tratta dai versi del poeta e rivoluzionario cubano Josè Martì.

La rosa bianca
(Martì-Gustavino-Endrigo)

Coltivo la rosa bianca
in luglio come in gennaio
per l’amico sincero
che mi da la sua mano franca
Per chi mi vuol male e mi stanca
questo cuore con cui vivo
cardi né ortiche coltivo
coltivo una rosa bianca


Cultivo la rosa blanca
en julio como en enero
para el amigo sincero
que me da su mano franca
Y para el cruel que me arranca
el corazon con que vivo
cardos ni ortigas cultivo
cultivo la rosa blanca

3.9.06

Poesia, Musica e Liberazione: Quintin Cabrera


Ho parlato spesso, è lo scopo di questo blog, dell’informazione cosiddetta democratica e della sua miopia. Della sua funzione al servizio dei potenti per indirizzare l’opinione pubblica all’accettazione delle loro logiche e alla martellante campagna denigratoria verso coloro, Paesi, popoli, movimenti o singoli individui, che si oppongono al degrado ed alla violenza distruttiva di quello che non può che essere definito l’Impero. Il condizionamento mediatico delle coscienze passa anche attraverso la diffusione massiccia di mode, tendenze culturali, musicali ed artistiche, provenienti in gran parte dagli Stati Uniti, che hanno la funzione di omologare i gusti e gli interessi delle persone al livello più basso possibile in modo da limitarne la capacità di critica al sistema dominante. Speculandoci pure alla grande con le industrie del settore. Come logica conseguenza di questa politica si ha una diffusione massiccia di “spazzatura” ed un puntuale oscuramento di personaggi che, per la loro statura ed onestà intellettuale, meriterebbero invece di essere fatti conoscere al grande pubblico. Personaggi magari anche premiati con un Nobel ma subito dimenticati, se non in alcune occasioni di comodo. Molte di queste personalità lavorano per indicare vie e percorsi per superare molti dei mali che affliggono la nostra epoca.
Per questo ho deciso di dedicare periodicamente un post a questi spesso semisconosciuti personaggi che con la loro opera danno un grande contributo alla cultura progressista. Voglio iniziare questo discorso parlandovi di Quintin Cabrera, poeta e cantautore uruguaiano che vive da molti anni in Spagna, in Catalogna prima e a Madrid poi.
Quintin Cabrera Beduchaud è nato a Montevideo il 25 Aprile 1944, figlio di Quintin Cabrera e Lydia Beduchaud, eredi da varie generazioni di famiglie di lavoratori. Fin da giovanissimo leggeva e diffondeva la stampa fedele al motto “Proletari di tutto il mondo unitevi”. Impegnato politicamente, fu cantautore e poeta ed uno dei massimi esponenti di quell’epoca di indimenticabili fermenti culturali e politici messi a tacere dall’affermarsi in tutto il Sudamerica di atroci dittature imposte dall’imperialismo Usa. Costretto a lasciare il suo Paese, atterrò all’aeroporto del Prat di Barcellona 35 anni fa con la sua chitarra in mano ed il cuore pieno di sentimenti da usare come armi per combattere la dittatura e le ingiustizie. Dopo una settimana già era in piazza con le organizzazioni clandestine che diedero inizio alle Comisiones Obreras, alternando la partecipazione alle manifestazioni con esibizioni insieme a Jordi Roura e frequentando la scuola di Rosa Sensat. Cantò per sostenere i lavoratori impegnati nei grandi scioperi organizzati in Catalogna e per raccogliere i fondi necessari a pagare la cauzione di coloro che vennero imprigionati. Sempre impegnato a sostenere tutti i popoli in lotta, dal Vietnam al Kurdistan, da Cuba al Salvador, e tutte le organizzazioni di sinistra in lotta, fa sorgere spontanea la domanda: Ci sarà qualche altro cantante che si sia impegnato tanto come Quintin Cabrera in atti di solidarietà?
Dopo le canzoni di lotta e la satira umoristica di quell’epoca di agitazioni, oggi, testardo ed onesto come sempre, continua a difendere le nobili “cause perse” cantando la libertà e la solidarietà e, sensibile e tenero, non si dimentica di cantare l’amore, l’amicizia, la malinconia e la gente.
Le sue canzoni provengono dal folklore che il suo Paese condivide con il sud del Brasile e parte dell’Argentina. Con il tempo ha subito le influenze maturate nei suoi tanti viaggi e dall’incontro con i musicisti con cui ha lavorato, guadagnando in complessità, sia dal lato poetico che da quello musicale. Il suo canto è una miscela di sensibilità e tenerezza, ribellione e sorriso, amicizia ed affetto, sempre in cerca della complicità di tutti coloro che credono che un mondo migliore è possibile. Tutte queste emozioni condivise hanno forgiato un artista che in ogni sua esibizione dal vivo e in ogni disco pubblicato, sembra far suo quel verso di Neruda che dice “Non temere, e non pensare. Dare per tornare a dare”. Un cantante che ha fatto suo il consiglio del suo primo maestro: “No hay que cantar mintiendo”. Ora che molti anni sono passati, continua ad essere quel ragazzo che un giorno partì da Montevideo con una chitarra in mano ed un cuore aperto alla meraviglia.

Di questo straordinario artista, snobbato anche dalla sinistra nostrana, scrivo la traduzione di una sua canzone dal titolo “Prontuario criminal”, a mio parere uno dei testi e una delle canzoni più belle che siano mai state scritte contro la guerra e l’imperialismo. Coloro che hanno la fortuna di ricevere Cubavision dal satellite, la possono vedere ed ascoltare in una bellissima versione eseguita con alcuni bravissimi musicisti cubani tra i quali, Chucho Valdès e il grande suonatore di tres (chitarra latina a tre corde) Pancho Amat. Molto bello anche il video che accompagna l’esecuzione dove le riprese degli artisti in sala di incisione si alternano a filmati e fumetti che descrivono in maniera inequivocabile la ferocia con cui l’Impero sta portando morte e disperazione in giro per il mondo. Cubavision la manda in onda quasi quotidianamente da oltre un anno. Se qualcuno volesse conoscere i dati per la ricezione di Cubavision dal satellite, me li può chiedere.
Quintin Cabrera è stato in Italia il 26-11-2005 presso la Camera del Lavoro di Milano per un Convegno Internazionale sull’America Latina. Il filmato dell’incontro è visibile sul sito di Arcoiris all’indirizzo: http://www.arcoiris.tv/ Consiglio a tutti di vederlo perché molto interessante, anche se purtroppo manca la traduzione in italiano.

PRONTUARIO CRIMINAL
(Quintin Cabrera, Pancho Amat y sus cabildo del son)
(Con la partecipacion de Chucho Valdes)


Desde los mismisimos dia
que como Pais nacieron
usurparon, masacraron
degollaron y agredieron

Comprando la democrazia
subyugaron y mentieron
ejecutaron, mataron
bombardearon, sometieron

Por eso y por mucho mas
lo que el yanqui necesita
es una aumentada dosis
de jarabe y vietnamita

Con sus leyes terroristas
al piel roja exterminaron
avasallaron, domaron
lincharon y doblegaron

Con todos los dictatores
urdieron, confabularon
enredaron, engañaron
traicionaron, conspiraron

Por eso y por mucho mas
lo que el yanqui necesita
es una aumentada dosis
de jarabe y vietnamita

Respetan solo al mercado
y sus leyes impusieron
dominaron, liquidaron
oprimieron, destruyeron

En nombre del Cristianismo
a tantos asesinaron
molieron, sacrificaron
manejaron, acabaron

Por eso y por mucho mas
lo que el yanqui necesita
es una aumentada dosis
de jarabe y vietnamita

Contra la libertàd
complotaron, maquinaron
intrigaron, maniobraron
tramaron, confabularon

Siguiendo la religion
del dollar, crucificaron
rebajaron, aplastaron
ahorcaron, nazificaron

Por eso y por mucho mas
lo que el yanqui necesita
es una aumentada dosis
de jarabe y vietnamita
de jarabe y vietnamita….
de jarabe y vietnamita….

Final:

Al yanqui dale una provadita

Messanger, requerdate

Oye Bush, toma una cucharita

Que se acabe el terorismo
y reine la tranquilidad

Hoyeloooooooooo

Abre la boquita, abre la boquita

Vaya que te voi hacer el avioncito
para que te vaya ahora mismo….


TRADUZIONE
(per quanto può valere una traduzione letterale)

Fin dai primi giorni
che come Paese sono nati
usurparono, massacrarono
sgozzarono e aggredirono

Comprando la democrazia
soggiogarano e mentirono
eseguirono, ammazzarono
bombardarono, sottomisero

Per questo e per molto di più
quello che gli Yankee hanno bisogno
è una maggiore dose
di arabi e vietnamiti

Con le loro leggi terroriste
il pellerossa sterminarono
sottomisero, domarono
linciarono ed obbligarono

Con tutti i dittatori
ordirono, confabularono
imbrogliarono, ingannarono
tradirono, cospirarono

Per questo e per molto di più
quello che gli Yankee hanno bisogno
è una maggiore dose
di arabi e vietnamiti

Rispettando solo il mercato
le sue leggi imposero
dominarono, liquidarono
oppressero, distrussero

In nome del Cristianesimo
tanti assassinarono
macinarono, sacrificarono
maneggiarono, sterminarono

Per questo e per molto più
quello che gli Yankee hanno bisogno
è una maggiore dose
di arabi e vietnamiti

Contro la libertà
complottarono, macchinarono
intrigarono, manovrarono
tramarono, confabularono

Seguendo la religione
del dollaro, crocifissero
ribassarono, schiacciarono
impiccarono, nazificarono

Per questo e per molto più
quello che gli Yankee hanno bisogno
è una maggiore dose
di arabi e vietnamiti
di arabi e vietnamiti….
di arabi e vietnamiti….

FINALE

Al Yankee dagli una piccola prova

Messaggero, ricordati....

Ascolta Bush, prenditi un cucchiaino (di tranquillante)

Che termini il terrorismo, e regni la tranquillità

Ascoltaloooooooo

Apri la boccuccia, apri la boccuccia

Vattene che vado a prepararti l’aeroplanino
perché te ne vada subito

Vedi filmato

23.8.06

Elezioni, partiti e democrazia


La malattia di Fidel Castro ha interessato molti dibattiti su parecchi Blog. Uno dei temi emersi con più frequenza è quello riguardante la mancanza di democrazia a Cuba che coloro che criticano l'esperienza rivoluzionaria cubana, quasi sempre senza conoscerne la storia e la realtà, tirano in ballo frequentemente per denigrare l'Isola caraibica e la sua eroica resistenza. La mancanza di "libere elezioni democratiche" è il cavallo di battaglia che questi personaggi usano più frequentemente a sostegno delle loro tesi.
Stimolato anche dalla richiesta di alcuni frequentatori di questo ed altri blog che io visito abitualmente, ho deciso di pubblicare un riassunto del sistema elettorale cubano che io, senza alcun dubbio, trovo molto più democratico e rispettoso della volontà popolare dei sistemi elettorali dei nostri paesi cosidetti a "democrazia avanzata".
Se la democrazia avanzata è quella dove le oligarchie dei partiti scelgono i candidati, li mandano in Tv a fare ridicole sceneggiate e gli elettori non hanno nemmeno la possibilità di esprimere le preferenze, siamo messi bene! Se poi governano nell'interesse di pochi contro l'interesse della collettività, di democratico io non riesco a trovarci proprio niente. Se infine, come dice Beppe Grillo, la percentuale di coloro che hanno pendenze con la giustizia è molto meno al malfamato rione Sanità di Napoli rispetto al nostro Parlamento, non saprei con che coraggio si parla ancora di democrazia.

Breve riasunto del sistema elottorale cubano.
Il pluripartitismo nella vita di Cuba è stato criticato già dai precursori della Rivoluzione ed in paricolare da Josè Martì, in quanto basato su raggruppamenti creati per la spartizione del poptere ed incapace di tutelare gli interessi del paese dalla sottomissione politico-economica dagli Stati Uniti. Infatti fin dalla fondazione della Repubblica, tutti i partiti che si sono susseguiti al potere si sono rivelati servitori degli interessi della vicina superpotenza. Per chiudere con questa drammatica esperienza che aveva portato i cittadini cubani alla totale schiavitù, la Rivoluzione, ha scelto la strada del partito unico ed è stato creato il Partito Comunista di Cuba che non ha finalità elettorali ma il compito di fronteggiare in modo unitario le pressioni provenienti dall'esterno e tese a frammentare l'unità popolare per tornere ad imporre il dominio imperialista. Contrariamente a quello che viene propagandato dai nemici di Cuba, il Partito Comunista di Cuba non partecipa alle elezioni nè alla nomina dei candidati, che vengono invece proposti dai cittadini mediante assemblee di quartiere dette Assemblee di Candidatura. I candidati proposti per semplice richiesta ed alzata di mano, partecipano alle elezioni per le Assemblee Municipali (equivalenti ai nostri Consigli Comunali). Le candidature così formulate sono presentate alla propria Circoscrizione Elettorale dove i probabili futuri Delegati all'Assemblea Municipale potranno essere eletti con voto diretto e segreto, depositato nelle urne. La nomina dei candidati da parte dei cittadini, rappresenta un fattore molto più democratico rispetto ai paesi dove le elezioni sono caratterizzate dalla lotta tra raggruppamenti politici che impongono i loro candidati. Fino al 1992, quando è entrata in vigore la Nuova Legge Elettorale, i Delegati alle Assemblee Provinciali (equivalenti ai nostri Consigli Regionali) e i Deputati all'Assemblea Nazionale (equivalente al nostro Parlamento) venivano nominati dai Delegati eletti nelle 169 Assemblee Municipali, che erano stati eletti direttamente dal popolo. Ora i cittadini non solo eleggono i Delegati all'Assemblea Municipale ma eleggono, sempre con voto diretto e segreto, anche i Delegati all'Assemblea Provinciale e i Deputati all'Assemblea Nazionale del Poder Popular (Parlamento). Siccome non esistono i partiti politici, le proposte di candidatura alle Assemblee Provinciali e all'Assemblea Nazionale vengono presentate dalle Assemblee Municipali, elette direttamente dal popolo. Un'altra novità introdotta dalla Nuova Legge Elettorale è che le nomine dei candidati a Delegati Provinciali e Deputati Nazionali, vengono proposte dalle organizzazioni di massa e studentesche, i cui rappresentanti costituiscono Commissioni di Candidature, presiedute da un membro dei sindacati. Le Commissioni sono formate dall'Associazione Nazionale Piccoli Agricoltori, i Sindacati dei lavoratori, i Comitati di Difesa della Rivoluzione, la Federazione Donne Cubane, la Federazione Studentesca Universitaria, la Federazione degli Studenti Medi, ecc. A queste organizzazioni appartengono la stragrande maggioranza dei circa 8 milioni di cittadini in età di voto, cioè superiori ai sedici anni di età, ed hanno l'incarico di approntare le liste dei nomi che dovranno essere approvate dall'Assemblea Municipale. Quest'ultima può respingere uno, più, o addirittura tutti i nominativi proposti. A questo punto la Commissione di Candidature dovrà sottoporre all'esame dell'Assemblea Municipale altre proposte di candidati. La metà dei candidati per le Assemblee Provinciali e Nazionale dovranno essere Delegati già eletti alle Assemblee Municipali. L'altra metà sarà proposta dalle Commissioni di Candidature scegliendo tra i cittadini che si distinguono nell'ambito della cultura, della politica, della scienza, dello sport, ecc.
Garanzie di rappresentatività democratica
Un candidato per essere eletto deve superare il 50% dei voti. Il sistema cubano prevede che la democrazia non si esprime solo col voto, ma anche nella partecipazione popolare alla formazione delle candidature. Questo viene negato dove, come da noi, esiste un sistema di partiti che scelgono i candidati. La campagna elettorale si svolge con la partecipazione dei candidati ad incontri organizzati con gli elettori nei posti di lavoro, a pubbliche assemblee e ad altri atti pubblici. A questi incontri partecipazione contemporaneamente tutti i candidati. Non è possibile pubblicizzarsi con manifesti, striscioni, volantini, pubblicità radiofonica o televisiva. Vengono allestite nei luoghi npubblici, bacheche con affisse le foto dei candidati, i dati personali e una breve biografia. Per la campagna elettorale il candidato non deve sostenere alcuna spesa.

I contenuti della Legge Elettorale
La Legge Elettorale approvata dal Parlamento il 29 ottobre 1992 regola lo svolgimento delle elezioni per le Assemblee Nazionali, Provinciali e Municipali del Poder Popular, ed i referendum.
Il voto è libero e segreto e non esiste l'obbligo di recarsi alle urne. Chi si astiene non subisce nessuna sanzione. Viene iscritto nel Registro degli Elettori del Municipio dove ha stabilito il suo domicilio ogni cittadino cubano con capacità legale che abbia compiuto i 16 anni di età . Ogni cittadino può: eleggere e risultare eletto, votare nei referendum, essere iscritto nel Registro degli Elettori, verificare che il proprio nome appaia in tale Registro, presenziare agli scrutini, partecipare alle Assemblee di Nomina dei Candidati, presentare reclami secondo le procedure per far valere i propri diritti elettorali. Il di voto non viene riconosciuto agli incapaci mentali previa dichiarazione giudiziaria, a coloro che sono sottoposti a privazione della libertà e coloro ai quali l'autorità giudiziaria ha sospeso il diritto di voto. Hanno diritto di essere eletti tutti i cittadini cubani, uomini o donne, che godono dei diritti politici e che siano residenti nel Paese da almeno 5 anni precedenti le elezioni. Non possono essere eletti i cittadini incapacitati a esercitare il diritto di voto. I Deputati all'Assemblea Nazionale e i Delegati all'Assemblea Provinciale vengono eletti ogni cinque anni. I Delegati all'Assemblea Municipale vengono eletti ogni due anni e mezzo. Cuba è suddivisa in circoscrizioni elettorali. Il numero di Deputati o di Delegati da eleggere è in rapporto al numero degli abitanti del Municipio o della Provincia. Ogni candidato può presentarsi unicamente nella circoscrizione della propria residenza. Le operazioni di voto si svolgono in una sola giornata, ininterrottamente dalle ore 7 alle ore 18. Scaduto il termine, immediatamente si aprono le urne e, al cospetto di chiunque voglia presenziare, si procede al conteggio delle schede e dei voti ottenuti. Chi viene eletto deputato non ha privilegi personali, né economici. Per il tempo in cui rimarrà in carica percepirà lo stesso salario che guadagnerebbe se fosse al proprio posto di lavoro.

Risultati elettorali delle elezioni più recenti
Il giorno 11 gennaio 1998 si sono recati alle urne 7.931.229 cubani per eleggere 601 Deputati al Parlamento e 1.192 Delegati alle 14 Assemblee Provinciali. Nonostante non sia obbligatorio, ha votato il 98.35 % degli aventi diritto al voto. I voti validi sono stati 7.534.008 pari al 95 %, mentre le schede bianche o annullate sono state il 5 %. Le elezioni si sono svolte nella massima tranquillità sotto il controllo di osservatori esteri e di migliaia di giornalisti arrivati da ogni parte del mondo. Ogni giornalista ha potuto liberamente scegliere in quali Collegi Elettorali svolgere il proprio lavoro. Non sono state riscontrate irregolarità.
Il 20 ottobre 2002 è stata effettuata la prima tornata delle elezioni per delegati alle Assemblee Municipali del Poder Popular, con la partecipazione del 95.64 % degli elettori iscritti, mentre alla seconda tornata la partecipazione è stata del 91.51 %. Sono stati eletti 14.933 delegati (il 22.7 % donne).Il 19 gennaio 2003 sono state effettuate le elezioni generali per eleggere i deputati all’Assemblea Nazionale e i delegati alle Assemblee Provinciali. L’affluenza alle urne (8.115.215 votanti) è stata del 97.69 % degli iscritti (8.309.336). Il 91.35 % delle schede valide è stato per il "voto unito". Le schede bianche sono state il 3.00 % mentre quelle annullate sono state lo 0.86 %. Le donne elette al Parlamento rappresentano il 36.4 % dei 609 deputati.Questo fatto, unito ai risultati positivi sperimentati nelle assemblee di rendiconto degli eletti ai loro elettori, che sono tenute regolarmente dal 1976 in tutte le circoscrizioni e nelle Assemblee del Poder Popular, dimostra sia la partecipazione di massa con cui il popolo interviene e controlla il processo elettorale sia il suo ampio carattere democratico.
L’Assemblea Nazionale del Poder Popular ha riconfermato Ricardo Alarcon de Quesada come suo Presidente. Successivamente sono stati eletti i 31 componenti il Consiglio di Stato. Presidente del Consiglio di Stato è stato eletto Fidel Castro Ruz. La Costituzione di Cuba stabilisce che il Presidente del Consiglio di Stato è anche Capo dello Stato e del Governo.

16.8.06

Voto e democrazia


Questo non vuole essere un blog su Cuba ma in questo periodo gli avvenimenti cubani fanno molto parlare. Purtroppo se ne parla sopratutto male. I nostri mezzi di comunicazione stanno dimostrando una volta di più di essere faziosi ed esclusivamente al servizio dei cialtroni che li detengono. Sul sito di Gennaro Carotenuto si è aperta una lunghissima discussione in seguito al ricovero di Fidel Castro ed alla sua ipotizzata successione. Il mattatore del blog è l'Aldo Palumbo di cui ho gia parlato in un precedente post. Il Palumbo, persona molto contradditoria, scrive sul blog 24 ore al giorno con l'intento di demolire il blog di Gennaro Carotenuto e qualsiasi tentativo di evidenziare le conquiste della Rivoluzione cubana. Dietro il suo nome si nasconde sicuramente un abile professionista. Pensate che è arrivato al punto di definirsi un comunista che non può che ammettere che il capitalismo ha vinto perchè rivoluzionario!!!!
Tra i tanti commenti apparsi sul blog di Carotenuto, due mi hanno particolarmente colpito. Uno molto ironico, dove il commentatore si diverte a prendere per i fondelli gli anticastristi e si firma altrettanto ironicamente Giovane Contadino Cubano. L'altro, firmato %No%, sintetizza in poche righe quello che è anche il mio pensiero su Cuba, la dittatura, i partiti e la democrazia.
Questo è l'ultimo commento del Giovane Contadino Cubano:

Elezioni da me a Cuba no non le voglio io sto bene cosi e la magior parte la pensa come me,i falchi i condor sono li aspettano solo quello,e chi me la garantisce una elezione libera imparziale e onesta mela garantisci tu Palumbo?Le abbiamo viste le vostreelezioni libere,nei paesi dell'ecs URSS in Messico inIraq negli Stati Uniti e ancheda voi in Italia,libere da che cosa libere da fregarci con le nostre stesse mani?Mi ripeto no grazie le elezioni sono buone solo per una democrazia come la vostra l'abiamo visto.A me va bene una dittatura tipo Castro tipo Tito,noi non siamo cosi ambiziosi non vogliamodiventare tutti dei Berluscones,a noi ci basta lasicurezza di un lavoro,2 pasti al gioro, una umile casa,l'insegnamento gratuito,lasanita gratuita,le balere al sabato sera,una palma e il mare e sopratutto la pace,visto noi si accontentiamo di poco.Andate ragazzi amatevi e multiplicatevi,con moderazione.
Di giovane contadino cubano (inviato il 14/08/2006 @ 23:53:21)

Ecco invece quello di %No%

La democrazia non esiste in nessun luogo. Nè in Italia, meno negli Stati Uniti o in Iraq.Perchè dovrebbe esistere a Cuba?Il rituale surrogato che si manifesta nell'esercizio di votare, è un grande alibi che giustifica il potere reale dei potentati economici.Negli USA, diventa Presidente quello che nella sottoscrizione pre-elettorale raccoglie più fondi dalle grandi compagnie multinazionali.E' il sistema meno ipocrita; in Italia -invece- e in tanti altri posti- ristretti comitati di partito scelgono i rappresdentati , li spediscono in TV, e i votanti avallano o si astengono.Nella tradizione indigena latinoamericana, i candidati si scelgono alla base, tra le famiglie, e il processo decisionale è lento, complesso, ma si prendono solo risoluzioni all'unanimità.Vedi zapatisti in Chiapas ecc.E' lento, ma graniticamente inesorabile.A Cuba c'è qualcosa di simile. Chi ha detto che è migliore il sistema dei partiti?....ma che vuole il Palumbo? "Libere elezioni" in cui il governo USA investe 200 milioni di dollari in propaganda e corruzione, ed ottiene con le schede quel che NON ha potuto ottenere con le cattive maniere?No, per ora non sarà così!Quando a Cuba il sistema della comunicazione e del condizionamento psicologico di massa sarà più raffinato e complesso-cioè capace di battersi ad armi pari con la macchina totalitaria della propaganda commerciale- allora ci saranno votazioni.Votare sta alla democrazia, come un libro di ricette sta ad una pietanza vera!Palumbo, scordati che potrete ripetere la stessa mossa giocata in Nicaragua...
Di % no % (inviato il 14/08/2006 @ 15:16:25)

Ovviamente il Palumbo non ha risposto a nessuno dei due.

Ps. Cubavision ha trasmesso in diretta la serata che i cubani hanno dedicato all'ottantesimo compleanno di Fidel Castro. Oltre 30 000 persone hanno assistito alla Tribuna Antimperialista, allo spettacolo cui hanno partecipato gransissimi gruppi musicali ed artisti, personaggi invidiati da tutto il mondo. Giovani e meno giovani, bianchi, neri, mulatti, hanno danzato da fare invidia fino all'alba inneggiando al loro Comandante. E questo secondo molti, anche di sinistra, sarebbe il grande campo di concentramento del regime cubano. Per favore!!!!

Aggiorno il post con un altro intervento di %No% sul sito di Gennaro Carotenuto in seguito ad una richiesta della stesso Carotenuto ad ampliare il concetto espresso in precedenza.

E' ormai cosa ovvia che esistono multinazionali che sono economicamente piú poderose di qualche centinaio di Paesi che siedono nell'ONU.E' meno evidente, invece, la vulnerabilità della grande maggioranza dei Paesi sul terreno della comunicazione, propaganda, persuasione, marketing ecc. perchè, alla fine, l'essenza elettorale è questa, non le bubbole retoriche di circostanza...Questo si traduce in estrema vulnerabilità dei sistemi di elezione e selezione del potere politico. Che poterono opporre i sandinisti al patrimonio della Chamorro, del suo clan e della Casa Bianca? Nulla, solo l'abdicazione.Quel che sta avvenendo oggi in Messico è un altro granello del rosario in cui -più o meno- le elezioni sono corrette e valide solo se vince l'alleato ella Casa Bianca.Ricordate le "rivoluzioni colorate" nell'Est europeo? Quella "arancione" fu una volgare strumentalizzazione, in cui il mix comunicazione interna e internazionale, Partiti camuffati da ONG,finanziamenti del Congresso USA, si tranquillizzarono solo quando imposero il loro candidato, cioè quello "occidentale".Immaginate questo secenario ipotetico: muore Castro, il Partito accetta le elezioni, arriva una valanga di capitali stranieri per finanziare dissidenze e stridenze varie... OK, finalmente si vota e...trionfa il candidato cubano, non quello di Miami,cioè quello della continuità e del riformismo. Chi lo accetterebbe?? Nessuno.Bush e accoliti, con l'aiuto di Murdoch strillano urbi et orbi che si è trattato di una burla inaccettabile alla "democrazia"....e così continuerebbero all'infinito, fino a quando piazzerebbero il loro uomo. Perchè a Cuba,non meniamecelo, democrazia potrebbe essere solo restaurazione del latifondismo neocoloniale.Come può Cuba, con qualche giornale e canale TV, resistere l'onda d'urto delle elezioni-spettacolo, grande evento mediatico orchestrato da Murdoch-CNN e fondi neri della NED?Secondo: basta con il dogmatismo acritico delle elezioni-spettacolo. Chi ha detto che é l'unico modo per esprimere la democrazia? Soprattutto oggi, in cui -più dei programmi- contano la fonetica,la fotogenia,la recitazione e il numero di passaggi in TV?Ripeto, in America latina, presso le popolazioni indigene, le decisioni comunitarie non prevedono Partiti, e si basano sull'unamità. Non è democrazia?Ricordo un villaggio, dove gli abitanti allontanarono il sindaco, sciolsero il consiglio comunale, chiusero uffici del governo centrale.Perchè tutti loro erano d'accordo ad autorizzare una miniera che danneggiava la comunità.Poi fecero elezioni senza partiti, con rappresentanti di ogni quartiere.Votarono il 90% della gente! Non è democrazia?Ma va lá...
Di %NO% (inviato il 15/08/2006 @ 18:35:26)

13.8.06

Auguri Comandante


Oggi il Presidente cubano Fidel Alejandro Castro Ruz compie 80 anni. Grandissime autorità nel campo della politica, dell'arte e della cultura hanno mandato a Fidel Castro i loro auguri per il suo ottantesimo compleanno e per un pronto recupero dalla convalescenza conseguente all'operazione chirurgica alla quale è stato recentemente sottoposto. Difficilmente sulla nostra stampa si troverà traccia di questo. Sarà più facile leggere le critiche e le falsità dei giornalisti cialtroni venduti al miglior offerente.
L'amico Stefano mi ha mandato un articolo apparso sul sito di Peace Reporter e scritto per l'occasione da Frei Betto, il religioso brasiliano ex ministro del governo Lula e rappresentante della Teologia della Liberazione. Siccome condivido in toto quanto scritto da Frei Betto, pubblico su questo Blog il suo articolo che vuole essere anche il mio augurio al Comandante en Jefe.


Brasile - San Paolo - 13.8.2006
Un uomo di sinistra
Frei Betto, frate domenicano e teologo della liberazione, ci racconta Fidel e la sua Cuba

Dov’è la sinistra? Una parte della sinistra si sente umiliata perchè non è così etica come dice di essere; l’altra, perchè il socialismo è fallito, eccetto a Cuba. Nella Corea del Nord predomina un regime totalitario mentre in Cina, il capitalismo di Stato. Le prefiche (donne pagate per piangere e lodare un morto ndr.) del fallimento non si chiedono quali sono state le sue cause e neppure denunciano il fracasso del capitalismo per i 2/3 dell’umanità che, secondo l’Onu, vivono al di sotto del limite della povertà. Così aderiscono al neoliberalismo senza sensi di colpa. E lo adornano con l’eufemismo di “democrazia”, nonostante accentui la disuguaglianza mondiale e neghi valori e diritti umani coltivando l’idolatria del denaro e delle armi. Cosa vuol dire essere di sinistra? Tutti i concetti accademici – ideologici, partitici e dottrinari – sono parole vuote rispetto alla definizione che essere di sinistra vuol dire difendere i diritti dei poveri, anche se apparentemente non hanno ragione. Fa quindi rabbrividire vedere qualcuno che si definisce di sinistra allearsi alla destra. Fidel è un uomo di sinistra. Non ha fatto, tra il 1956 e il 1959, una rivoluzione per instaurare il socialismo. Voleva liberare Cuba dalla dittatura di Batista, riconquistare l’indipendenza del paese e liberare il popolo dalla miseria. Subito dopo la salita al potere in visita negli Stati Uniti veniva applaudito per le strade di New York. L’élite non era certo disposta a cedere parte delle sue ricchezze affinché tutto il popolo avesse di che sfamarsi. Sostenuta dalla Casa Bianca, cominciò a spargere il terrore, cercando di contrapporsi alle riforme agrarie e urbane e alla campagna nazionale di alfabetizzazione. Kennedy, applaudito come baluardo della democrazia, inviò 10 mila mercenari per invadere Cuba nello sbarco della “Baia dei Porci”, nel 1961. Furono sconfitti. E la Rivoluzione, per difendersi non ebbe alternativa se non allearsi all’Unione Soviética.
Cuba è l’unico paese dell’America Latina che è riuscito a universalizzare la giustizia sociale. L’intera popolazione composta da 11 milioni di abitanti, gode del diritto all’assistenza medica e all’educazione il che ha meritato gli elogi del Papa Giovanni Paolo II durante la sua visita nell’isola nel 1998. Forse è il paradiso? Per chi vive nella miseria dei nostri paesi – e sono tanti – la vita a Cuba è invidiabile. Per chi appartiene alla classe media, Cuba è il purgatorio; per chi è ricco è l’inferno. Riescono a vivere nell’Isola solo coloro che hanno una coscienza solidale e sanno pensare a se stessi in un’ottica di diritti collettivi. O conoscete qualche cubano che ha girato le spalle alla Rivoluzione per difendere i poveri in un altro angolo del mondo? Sulla strada che porta dall’aeroporto dell’Avana fino al centro della città c´è un cartello con il ritratto di un bambino che sorride e la frase: “Questa notte 200 milioni di bambini dormiranno per le strade del mondo. Nessuno di loro è cubano.” Esiste un altro paese del Continente che può vantare un simile manifesto alla porta d’entrata? Riferire semplicemente la parola Cuba provoca brividi agli spiriti reazionari. Rivendicano la democrazia nell’Isola, come se quello che predomina nei nostri paesi – corruzione, nepotismo, malversazioni – fosse il modello di qualcosa. Perché non chiedono, prima di tutto, al governo degli Stati Uniti che la finiscano di profanare il diritto internazionale, che sospendano l’embargo e che chiudano il loro campo di concentramento a Guantanamo? Si protesta contro le fucilazioni della Rivoluzione, e mi associo. Sono infatti contrario alla pena di morte. Ma dove sono le proteste contro la pena di morte negli Stati Uniti e contro le fucilazioni sommarie praticate dalla polizia militare in Brasile? Cuba è attualmente il paese con il più elevato numero di medici e ballerini classici per abitante. Sta sviluppando un programma per curare gratuitamente, nei prossimi 10 anni, 6 milioni di latino-americani con problemi alla vista. Fidel è ricoverato in ospedale. Cosa accadrà quando morirà l’uomo che è sopravvissuto a una decina di presidenti degli Stati Uniti e a 47 anni di tentativi terroristici della Cia per eliminarlo? Il buon umore dei cubani ha la risposta a portata di mano: “Poiché siamo persone civilizzate, prima seppelliremo il Comandante.” Verrà il socialismo calato nella fossa insieme alla sua bara? Tutto indica che Cuba si prepara al periodo post-Fidel. Il che non significa, come sperano i cubani di Miami, che ciò accadrà presto. A novembre, all’Università di L’Avana, il leader rivoluzionario aveva detto che la Rivoluzione può essere vittima dei suoi stessi errori e aveva lanciato una questione: “Quando i veterani spariranno, cosa fare e come farlo?” Alla vigilia del suo compleanno, il 13 agosto, Fidel comincia a svelare il suo testamento politico. La maggior parte dei membri della Guida Politica del Partito Comunista ha tra i 40 e 50 anni e sempre più giovani sono chiamati ad occupare funzioni strategiche. Poiché il 70 percento della popolazione è nata nel periodo rivoluzionario, non ci sono indizi di un desiderio popolare per il ritorno del capitalismo. Cuba non vuole come futuro il presente di tanti paesi latino-americani, dove l’opulenza convive con il narcotraffico, la miseria, la disoccupazione e la rottamazione della sanità e dell’educazione. Un buon compleanno e un rapido recupero, Comandante.

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10.8.06

L'atomica democratica


In questi giorni si sono svolte le celebrazioni per il sessantunesimo anniversario delle atomiche americane sganciate su Hiroschima e Nagasaky. Spesso queste commemorazioni rappresantano solo un breve intervallo di ipocrita retorica da parte dei rappresenti delle istituzioni. Dopo i bei discorsi tutti ritornano alle loro più o meno benemerite attività istituzionali. Ma questa commemorazione del tragico evento avvenuto sul territorio nipponico, è andato ben oltre quello che si può aspettare un critico del nostro mondo quale io sono. Il sindaco di Nagasaky ha chiuso il suo intervento commemorativo sostenendo che ciò che lo sta maggiormente preoccupando è il fatto che l'Iran potrebbe essere in grado di costruire la bomba atomica! A lui non preoccupa che l'atomica ce l'abbiano molti Paesi vicini al Giappone come Cina ed India. Nemmeno che Israele, Paese che sta dimostrando di avere nervi poco saldi e molto propenso alle aggressioni, possegga almeno 250 ordigni nucleari. E non lo preoccupa nemmeno che chi ha lanciato l'atomica sul Giappone e sulla sua città possegga un arsenale atomico inimmaginabile e che vada tranquillamente in giro per il mondo a seminare terrore, morte e distruzione. A lui preoccupa l'Iran! Perchè la sua città ed i suoi concittadini sono sì stadi distrutti dagli americani, ma gli Usa sono uno stato democratico!Come Israele.... Perciò i suoi concittadini sono morti per una causa giusta: permettere agli Usa di sperimentare l'esportazione della democrazia. Ora che gli Usa stanno sperimentanto armi al laser ed a micro-onde potrebbe offrire nuovamente l'intero Giappone ai loro esperimenti. Glie ne sarebbero tutti eternamente grati, la democrazia avanzerebbe più rapidamente ed i suoi successori potrebbero tenere commemorazioni ancora più commoventi. Pensate che onore ricordare con parole toccanti milioni di vittime eroiche sacrificate per l'avanzata della democrazia....

5.8.06

Adelante compagneros!


Nel precedente post ho pubblicato l’articolo di Gennaro Carotenuto che ha provocato sul suo blog una marea di commenti. Inizialmente molto interessanti poi purtroppo scaduti a stupidi battibecchi tra fazioni pro e contro Cuba. Tra coloro che tengono alto il livello del dibattito c’è un signore dalla scrittura facile, colto e raffinato che si firma Aldo Palumbo, probabilmente il suo vero nome. Così come gli riconosco ottime capacità di scrittura che gli invidio, non altrettanto condivido i contenuti che esprimono il punto di vista di quel riformismo che io considero uno dei più grandi errori della nostra sinistra. Nel suo ultimo commento Aldo Palumbo conclude così: “A leggere certi interventi - quello di Gennaro Carotenuto compreso - sembra che se a Cuba fossero stati concessi maggiori margini alla libertà di parola, i bambini sarebbero morti di fame. Ridicolo.”
Non ho potuto fare a meno di rispondergli. Di seguito il testo del mio commento.

Non è poi tanto ridicolo Aldo Palumbo. Negli altri paesi dell'area, dove esiste la "libertà di parola", purtroppo i bambini muoiono davvero di fame, non studiano e spesso non hanno neppure una casa. Però cosa importa, non sono figli nostri e vivono in un paese democratico..... Ma la democrazia tanto invocata mi pare che piuttosto che portare giustizia e uguaglianza porti ben altro. Però, mentre lor signori si auto assolvono con leggi vergognose, noi abbiamo la libertà di dire che siamo mal governati. Sai che soddisfazione!!! A me sembra che qualche cosa non quadri nella nostra democrazia, dietro pronunciamenti di grandi principi vengono commesse le più grandi ingiustizie ed atrocità. Ma se abbiamo qualche miliardo di Euro possiamo sempre comprarci un giornale od una televisione e dire la nostra. Se poi di miliardi di Euro ne hai tanti puoi comprati parecchi giornali e almento tre televisioni. E magari mettere su un partito e diventare Presidenti del Consiglio.... Peccato che queste cose le possono fare solo coloro che sono la causa dei nostri mali....
Qualcosa proprio non và caro Palumbo. Per questo qualcuno ha cercato vie diverse. E Cuba, lo riconoscono sempre più persone e sopratutto Capi di Stato, sembra l'unica che abbia trovato la via giusta per risolvere le drammatiche condizioni in cui sono costretti a vivere milioni, anzi miliardi, di persone! Poi finiamola con i troppi luoghi comuni sulla mancanza di democrazia a Cuba. Leggo troppe cose date per scontate che non corrispondono assolutamente alla verità. Questo non vuol dire che non ci siano delle limitazioni alle libertà individuali e che la democrazia cubana, tale è anche se diversa da quella occidentale, non abbia bisogno di essere migliorata. Ma sarebbe un guaio se gli venisse imposta la nostra, quella da troppi considerata, a torto, l'unica democrazia possibile. Butterebbero il bambino con l'acqua sporca, come successo nell'ex Unione Sovietica. Per questo sono fermamente convinto che l'esperienza cubana vada assolutamente salvaguardata. Anche migliorata questo si, ma che lo facciano loro che sono gli unici in grado di scegliere la strada giusta. Ne hanno la cultura e le personalità per farlo senza necessità di "aiuti" esterni. Magari li aiutassimo a proseguire verso il conseguimento di quei risultati che da sempre la Revoluciòn cerca di perseguire! A nessuno è mai passato per la mente che anziché percorrere strade da tutti raccomandate e che hanno portato al disastro le economie di tante nazioni, si debba fare esattamente il contrario? Cioè ANZICHE ANDARE A DESTRA, tipo il riformismo tanto desiderato in Europa, CONTINUARE CON PIU' SLANCIO A SINISTRA? Cioè ELIMINARE LE RESTRIZIONI AUMENTANDO LE TUTELE A TUTTI I CITTADINI ? Certo che non diventerebbe il paradiso fiscale che vorrebbero i ladroni di tutto il mondo....
Adelante compagneros y amigos cubanos, la Revoluciòn no tiene que pararse!

4.8.06

Hasta pronto Comandante


Sulla situazione a Cuba dopo l'intervento chirurgico a Fidel Castro, stavo preparando le mie considerazioni. Poi Gennaro carotenuto ha scritto per il suo blog un articolo talmente interessante che ho deciso di pubblicarlo.
Intanto ieri il capo dei fascio-nazisti dell’associazione cubano-americana di Miami ha parlato ai cubani (in inglese!!! per lui lo spagnolo è un dialetto….) e ha detto che loro sono già pronti, hanno preso contatti con dei militari e dei civili per prendere il potere a Cuba fino a quando verranno indette “libere” elezioni. In poche parole ha annunciato la preparazione di un colpo di stato. In qualsiasi paese democratico verrebbe arrestato, ma gli Usa non sono un paese democratico, loro sono “la più grande democrazia”…. E Busch ha detto che il suo governo è pronto a sostenere un governo di transizione!!!!! Io incomincio a prepararmi per la difesa dell’indipendenza di Cuba. E voi?

Fidel Castro; appunti per un coccodrillo che per ora non servirà
di Gennaro Carotenuto
Si poteva scommettere che oggi Pierluigi Battista, sulle pagine del Corriere della Sera, avrebbe usato le parole "satrapo" e "satrapia" con l'aggiunta dell'aggettivo "tropicale" per definire Fidel Castro e la Rivoluzione cubana. Che noia! Che superficialità di analisi (sic!) per il principale quotidiano italiano! Ci si domanda perfino che titoli abbia Pierluigi Battista per scrivere di America Latina se non riesce ad esprimere altro che una sequela di termini come "satrapo", "gulag tropicale", "dittatore sanguinario". Forse scriverli costituisce un titolo di merito in certi ambienti, ma tali termini non contribuiscano in nulla a spiegare 47 anni di Rivoluzione a Cuba. Stantie, schematiche, scontate, soprattutto colpevolmente autoreferenti, appaiono tutte le analisi sulla Rivoluzione cubana, soprattutto da quella sinistra che nel condannare sempre e comunque Cuba vede una comoda maniera di emendare il proprio peccato originale.
Fidel morirà. Probabilmente non questa volta -auguro lunga e felice vita al Comandante- ma morirà e a Miami potranno dar sfogo a tutta la volgarità della quale una ex-classe dirigente rapace, estremista e mafiosa è capace. E loro, Pierluigi Battista e sodali, saranno di nuovo lì a riciclare per l'ennesima volta gli articoli che avevano cominciato a scrivere alla caduta del muro di Berlino, nell'oramai remotissimo 1989. In tutti questi lunghi 17 anni non hanno mai provato a spiegare a se stessi prima che ai loro lettori perché Cuba non è caduta, perché Fidel non è né Ceaucescu né Honecker, perché Cuba è oggi meno isolata che mai, perché oggi può contare come mai nella storia sull'amicizia e il rispetto della regione, e perché forse la rivoluzione non cadrà neanche dopo la morte di Fidel.
Se la Rivoluzione cubana fosse stata quella che descrive la stampa europea, Cuba sarebbe davvero caduta nell'89. Ma Cuba è oggettivamente ben altro, anche se ai più conviene far finta di non vedere. Ed è ben altro perché Fidel Castro e la Rivoluzione incarnano la vera idiosincrasia di Cuba, quel nazionalismo di José Martí, cosciente e progressivo, che sa che l'isola o sarà indipendente o non sarà e che sotto gli artigli degli Stati Uniti non può esserci futuro. La Rivoluzione, nel bene e nel male, è cubana, non è calco o copia di un modello russo lontano. Se forse non tutti i cubani sono convinti del socialismo o comunque non sarebbero disposti a morirvi, sicuramente Cuba è fidelista. Fidelista in un sentimento patriottico dalle radici profonde che nessuna amministrazione statunitense può comprendere prima ancora che battere e che da 47 anni è incarnato da Fidel Castro. E per questo progetto fidelista, sicuramente, anche oggi, generazioni di cubani sono disposte a battersi. Con Fidel e dopo Fidel. E vedremo cosa riserverà il futuro e se la stampa italiana saprà spiegarlo.
Strano dittatore, Fidel Castro. E' dittatore da mezzo secolo dell'unico paese del continente americano che non ha conosciuto il dramma dei desaparecidos. Quasi un milione di cittadini americani sono stati fatti sparire nel frattempo da dittature e democrazie filostatunitensi in tutto il continente. E’ triste pensare che solo la dittatura di Fidel Castro abbia fatto da argine al crimine contro l’umanità della sparizione forzata di persone e del terrorismo di stato. Senza libertà di stampa, Cuba è pur sempre l'unico paese al mondo dove in questi 47 anni non è mai stato ammazzato un giornalista. E neanche un sindacalista, laddove in paesi come il Brasile o la Colombia ne cade uno al giorno sotto i colpi dei tagliagole pagati dalle imprese, spesso multinazionali del nord. A Cuba, secondo i dati di Amnistia Internazionale, ci sono 300 prigionieri politici. Sono 300 prigionieri politici di troppo, ma vivaddio, sono la metà dei detenuti nel "gulag tropicale" -quello sì- di Guantanamo. È possibile rappresentare la Rivoluzione cubana, con appena 300 prigionieri politici su 12 milioni di abitanti, e pure condannando l’esistenza di anche un solo prigioniero d’opinione, come un gulag a cielo aperto? È possibile rappresentare la repressione politica come il tratto distintivo di questa esperienza? Sempre pronti a giustificare le violazioni dei diritti umani e il terrorismo di stato degli Stati Uniti e dei loro alleati, i nostri media sono inflessibili solo verso Cuba e dimenticano scientemente 47 anni di aggressione e di terrorismo di stato statunitense che ha causato nell'isola 3500 morti. Gli argomenti che vengono usati per difendere Israele, con le proprie frontiere continuamente violate come quelle cubane, non sono validi per Cuba.
Strano dittatore, Fidel Castro. Da tempo le redini del potere reale sono passate ad una generazione di quarantenni nati e che hanno studiato nell'eccellente sistema scolastico e universitario cubano. Quando i quotidiani italiani ed europei si affannano a leggere tra le righe del momentaneo passaggio di consegne a Raúl, scordano, non sanno o fingono di non sapere, che già oggi a Cuba Fidel Castro ha un'infinita autorità morale, il rispetto pressocché unanime della popolazione -lo ammette oggi anche la BBC- ma ha da tempo ceduto ai giovani i gangli amministrativi dello stato.
Il fatto che la dittatura cubana e solo la dittatura cubana sia riuscita a risparmiare ai propri abitanti la peggiore tragedia che l'umanità possa concepire, la morte per fame, è allora la cartina tornasole del fallimento della democrazia liberale in America. E' triste e paradossale che un sistema rappresentativo faccia morire i bambini di fame mentre un sistema a partito unico sia dichiarato dalla OMS come l'unico libero dalla denutrizione infantile. Chi in questi anni ha votato democraticamente per Carlos Menem o Fernando Enrique Cardoso ha votato anche per la denutrizione infantile, risparmiata ai cubani, triste nemesi per chi si riempie la bocca di democrazia a patto che sia formale e mai sostanziale.
Gli europei si scandalizzano quando decine di milioni di latinoamericani -ogni giorno di più- trepidano per Fidel e guardano a Cuba come un modello, come un esempio di orgoglio, di dignità ma anche di soluzione pratica di problemi sociali che le democrazie non hanno voluto o potuto risolvere. Le democrazie rappresentative dell'America Latina straziata dal neoliberismo imposto dagli Stati Uniti, hanno conosciuto i morti per fame, la riduzione indiscriminata dei diritti civili, della scolarità, della salute. Il socialismo a Cuba ha garantito gli ultimi e svantaggiato i primi. La democrazia in America ha massacrato gli ultimi e favorito spropositatamente i primi. Oggi l'America Latina è profondamente più diseguale di quanto non fosse 47 anni fa laddove Cuba è infinitamente più giusta di quanto non fosse quando era una colonia degli Stati Uniti. Se la democrazia liberale fa morire i bambini di fame, come potranno i latinoamericani non augurare lunga vita al Comandante Fidel Castro?

1.8.06

Fino a quando?


In merito agli eventi drammatici che stanno sconvolgendo il medioriente, ho tradotto questo interessantissimo articolo del famoso scrittore uruguaiano Eduardo Galeano che ci illumina sull'assurdità di questa nuova tragedia e si chiede fino a quando possiamo ancora sopportare queste atrocità. L'articolo è apparso sul quotidiano uruguaiano Brecha e su Pagina 12, autorevole quotidiano edito in Buenos Aires.

Un paese bombarda due paesi. L’impunità potrebbe risultare spaventosa se non fosse abitudine. Alcune timide proteste dicono che furono errori. Fino a quando gli orrori si continuerà a chiamarli errori?

Hasta quando?

Questa macelleria di civili ebbe inizio a causa del sequestro di un soldato. Fino a quando il sequestro di un soldato israeliano potrà giustificare il sequestro della sovranità palestinese? Fino a quando il sequestro di due soldati israeliani potrà giustificare il sequestro del Libano intero?
La caccia agli ebrei fu, durante i secoli, lo sport preferito dagli europei. Ad Auschwitz sfociò in un fiume antico di orrori che ha attraversato l’Europa. Fino a quando continueranno i palestinesi e gli altri arabi a pagare crimini che non hanno commesso?
Hezbollà non esisteva quando Israele rase al suolo il Libano nelle sue precedenti invasioni. Fino a quando crederemo alla storia dell’aggressore aggredito, che pratica il terrorismo perché ha diritto a difendersi dal terrorismo?
Irak, Afganistán, Palestina, Líbano… Fino a quando si potrà proseguire sterminando paesi impunemente ? Le torture di Abu Gjraib, che hanno risvegliato un certo malessere universale, non hanno niente di nuovo per noi, i latinoamericani. I nostri militari appresero queste tecniche di interrogatorio nella Scuola delle Americhe, che ora ha perso il nome ma non il vizio. Fino a quando continueremo ad accettare che la tortura sia legittima, come ha fatto la Corte Suprema di Israele, in nome della legittima difesa della patria?
Israele ha ignorato 46 raccomandazioni dell’Assemblea Generale e di altri organismi delle Nazioni Unite. Fino a quando il governo israeliano continuerà ad esercitare il privilegio di essere sordo?
Le Nazioni Unite raccomandano però non decidono. Quando decidono, la Casa Bianca impedisce che decidano, perché ha diritto di veto. La Casa Bianca ha posto il veto, nel Consiglio di Sicurezza, a 40 risoluzioni che condannavano Israele. Fino a quando le Nazioni Unite continueranno a fare come se fossero un altro nome degli Stati Uniti?
Da quando i palestinesi vennero sloggiati dalle loro case e spogliati delle loro terre, molto sangue è corso. Fino a quando continuerà a scorrere il sangue perché la forza giustifica quello che il diritto nega?
La storia si ripete, giorno dopo giorno, anno dopo anno, e muore un israeliano per ogni dieci palestinesi. Fino a quando continuerà a valere dieci volte di più la vita di ogni israeliano?
In proporzione alla popolazione, i 50 mila civili, in maggioranza donne e bambini, morti in Iraq, equivalgono a 800 mila statunitensi. Fino a quando continueremo ad accettare, come se fosse abitudine, l’uccisione di iracheni, in una guerra cieca che ha dimenticato i suoi pretesti? Fino a quando continuerà ad essere normale che i vivi ed i morti siano di prima, seconda, terza o quarta categoria?
L’Iran sta sviluppando l’energia nucleare. Fino a quando continueremo a credere che questo basta per provare che un paese è un pericolo per l’umanità? Alla cosiddetta “comunità internazionale” non interessa per niente che Israele abbia 250 bombe atomiche, quantunque sia un paese che vive al limite di un attacco di nervi. Chi manovra il pericolosimetro universale? Sarà stato l’Iran che ha buttato le bombe atomiche su Hiroschima e Nagasaki?
Nell’era della globalizazione, il diritto di repressione può più del diritto di espressione. Per giustificare l’occupazione illegale delle terre palestinesi, la guerra si chiama pace. Gli israeliani sono patrioti e i palestinesi sono terroristi, e i terroristi seminano l’allarme universale.
Fino a quando i mezzi di informazione continueranno ad essere mezzi che diffondono paura?
La mattanza di oggi, che non è la prima e non sarà, temo, l’ultima, passa in silenzio? Il mondo è muto? Fino a quando continueranno a suonare in silenzio le campane dell’indignazione?. Questi bombardamenti ammazzano bambini: più di un terzo delle vittime, poco meno della metà. Coloro che osano denunciarlo sono accusati di antisemitismo. Fino a quando continueranno ad essere accusati di antisemitismo i critici del terrorismo di Stato? Fino a quando accetteremo questa distorsione dei fatti? Sono antisemiti gli ebrei pieni di orrore per ciò che si fa in loro nome? Sono antisemiti gli arabi, tanto semiti quanto gli ebrei? Per caso non ci sono voci arabe che difendono la patria palestinese e ripudiano il manicomio fondamentalista?
I terroristi si dividono tra: terroristi di Stato e rispettabili uomini di governo, e i terroristi privati, che sono cani sciolti o pazzi organizzati dai tempi della Guerra Fredda contro il totalitarismo comunista. E tutti operano in nome di Dio, si chiami Dio o Allah. Fino a quando continueremo ad ignorare che tutti i terrorismi disprezzano la vita umana e che tutti si alimentano mutualmente? Non è evidente che in questa guerra tra Israele ed Hezbollah sono i civili, libanesi, palestinesi e israeliani, che muoiono? Non è evidente che la guerra in Afganistan ed in Iraq e le invasioni di Gaza e del Libano sono incubatrici d’odio, che costruiscono fanatici in serie?
Siamo l’unica specie animale specializzata nello sterminio reciproco. Stanziamo 2 500 milioni di dollari al giorno per spese militari. La miseria e la guerra sono figlie dello stesso padre: come alcuni Dei crudeli, come i vivi e i morti. Fino a quando continueremo ad accettare che questo mondo innamorato della morte sia il nostro unico mondo possibile?
Eduardo Galeano
(Per Brecha e Pagina 21)

26.7.06

Censure intelligenti


Un amico frequentatore del blog mi ha mandato questo interessante articolo che illustra bene l'ostracismo dei mezzi di informazione verso coloro che hanno delle simpatie per l'isola caraibica che non intende piegarsi ai voleri degli yankee.
C'è una censura intelligente e terribile: La censura del silenzio•
"Mi sono commosso quando René, uno dei 5, ha chiesto il mio libro"
DEYSI FRANCIS MEXIDOR
Del libro "Mañana, Cuba?" (Red Editores, ottobre 2005) i mezzi di stampa non hanno detto neanche una parola e il suo autore, Andres Sorel, sembra essere uno scrittore scomodo per i canoni del sistema.
"Qui la politica del silenzio è come... se non esistesse", ha confessato al quotidiano Granma in un incontro nella sede madrilena dell'Associazione Collegiale degli Scrittori della Spagna, della quale è segretario generale.
La sua aperta posizione in difesa dell'Isola, espressa nel libro, le sue critiche alla politica di guerra dell'amministrazione di Bush ed alle disuguaglianze di questo mondo, l'hanno condannato all'ostracismo mediatico.
"Figurati che adesso sto lanciando due nuovi libri: "Siglo XX, tiempo de canallas" e "El Falangista vencido y desarmado" ha detto "e sto ancora aspettando qualche parola sui giornali".
Per Sorel è impossibile allontanarsi dalla strada tracciata: "Io non scrivo per dare gusto al potere o accettare le leggi del mercato e così è logico che io sia respinto da ogni parte".
È per questo che lo si ignora e gli si nega l'uso pubblico della parola, a dispetto della sua profusa opera letteraria, cominciata verso il 1966, che comprende più di 46 titoli.
Lui si riferisce alla censura. "Qui, quella che abbiamo, è una censura intelligente e terribile. È la censura del silenzio e i fatti anteriori che ho esposto la avallano. Va contro tutto quello che non è in linea corretta".
- E rispetto a Cuba?-
"In Spagna i mezzi di comunicazione hanno pluralità d’opinioni in molti aspetti e ci sono grandi differenze per altri luoghi comuni. Se prendi il giornale El Pais o prendi ABC o La Razon, se ascolti la catena COPE, se vedi Antenna 3 o la CNN, c'è diversità di opinioni per molti aspetti, ma c'è unanimità nel caso di Cuba, non esistono differenze nel trattamento che viene dato, è assolutamente unanime l'attacco e ubbidisce ad una linea ideologica che risponde ad interessi politici ed economici".
- Qual’è la singolarità degli attacchi?-
"Per esempio, le pressioni politiche che esercita l'ambasciata degli Stati Uniti a Madrid non sono un segreto. È qui come un faro permanente di aiuto a tutto ciò che va contro la rivoluzione cubana, d’appoggio, da una parte, nei mezzi di comunicazione alle pressioni indirette attraverso investimenti pubblicitari in annunci di determinate compagnie ed imprese, a patto che mantengano una linea critica su quello che li disturba di Cuba. Inoltre offrono aiuto ai dissidenti cubani che vivono o passano per la Spagna per l'organizzazione di congressi, simposi e conferenze internazionali per attaccare l'Isola".
- E quando parlano di terrorismo?-
"Il terrorismo l'esercita chi che ha più mezzi. Gli Stati Uniti sono eredi del terrorismo che ha praticato l'Inghilterra nelle sue colonie nel XIXºsecolo. Il vero terrorismo di Stato lo realizza il governo degli Stati Uniti, che ha le maggiori armi nucleari del mondo, che ha il terrore atomico, gli aeroplani spie, le bombe intelligenti coi loro bombardamenti televisivi. Il paese terrorista, è quello che aspira ad esercitare il terrorismo mondiale perchè nessuno vi possa resistere. Rispetto a Cuba, io credo che dallo stesso momento del trionfo della Rivoluzione, nel 1959, le amministrazioni statunitensi hanno progettato e praticato il terrorismo contro questa nazione in molte forme: il blocco, che non è più che un terrorismo economico; le invasioni, i sabotaggi, le violazioni dello spazio aereo. Tutto questo lo ha sofferto il tuo paese e non si è mai arreso.
Per questo motivo necessitano e proteggono terroristi come Luis Posada Carriles che non esisterebbero se non fosse per l'appoggio che ha dato loro gli Stati Uniti".
"Mañana, Cuba" è un libro sincero ed appassionato. Io dichiaro che sono un innamorato assoluto di Cuba ed inoltre per noi, quelli che lottammo contro il franchismo, il 1959 fu, senza dubbio, l'anno più importante delle nostre vite, fu la speranza di una nuova formulazione di sviluppo umano, con una nuova politica. In "Mañana, Cuba" non credo di rivelare la verità assoluta, ma sì confesso che il titolo cerca di rispondere alla domanda di non poche persone che discutono su che cosa passerà con Cuba dopo Fidel Castro. Nel mio libro difendo l’Isola e dico che Cuba continuerà ad essere Cuba, che per me è la sintesi di tutti i risultati della Rivoluzione. Più di 10 anni fa, il giorno dopo la caduta del Muro di Berlino, centinaia di giornalisti facevano scommesse all’Avana su come sarebbe caduta Cuba. Ma l'Isola non ha fatto mai naufragio. Questo è l'insegnamento.
Mi ha emozionato molto che René González, uno dei Cinque cubani sequestrati negli Stati Uniti, abbia chiesto il mio libro, "Mañana Cuba". Mi emoziona, perché a dispetto del silenzio che c’è nei mezzi di comunicazione, su di me, un uomo come René, dalle carceri dove ingiustamente mantengono lui ed i suoi compagni, sa che esisto". (Cubadebate)

17.7.06

Noi e la guerra


Annalisa mi ha mandato questo articolo pubblicato su l'Unità del 18 giugno 2006, lo trovo tremendamente attuale e perciò ho deciso di pubblicarlo. Proprio oggi che la Camera dei Deputati ha approvato il rifinanziamento della "missione" in Afganistan.

Noi e la Guerra
di Gino Strada

Caro Furio, grazie di avere scritto un altro dei tuoi «commenti» intelligenti e intellettualmente onesti. E grazie anche di aver sottolineato che si sta discutendo tra amici. L'invito in Afghanistan, non ho bisogno di dirtelo, è sempre valido, in ogni momento, anche domani. Io sarò qui sino a fine luglio, mi piacerebbe riceverti all'aeroporto. E veniamo subito, come si dovrebbe sempre fare tra amici, a confrontarci sulle domande che tu poni. «Il ritorno dei talebani - ti chiedi - non è una minaccia sentita e condivisa?». A volte la parole fanno impressione, specie quando regolarmente associate ad aggettivi come «mostrouso» o «orrendo». Sappiamo, tu me lo insegni, quanti «mostri» sono stati creati ad arte con la manipolazione mediatica, ricordiamo gli ex amici diventati mostri, e gli ex mostri di nuovo amici. Gli afgani hanno subito il giogo dei talebani. Ma per la maggioranza dei cittadini afgani, che cosa è cambiato cinque anni dopo la loro caduta? Nell'Afghanistan «libero e democratico» gli afgani hanno votato - magari quattordici volte, come l'infermiere che ha vinto la gara «io voto più di te» tra il nostro staff di Kabul - ma hanno anche visto altre cose succedere, spesso per la prima volta, nella loro città e nel loro Paese. Il «Presidente dell'Afghanistan», risaputo consulente della petrolifera Unocal nonché del Pentagono stesso, ha una «guardia presidenziale» composta da cittadini Usa che lavorano per la DynaCorp, uno dei tanti subcontractors, ditte private che si occupano di «sicurezza» e che pullulano di ex militari e spie ancora in attività. Sempre a Kabul, in cinque anni (dall'inizio della «guerra al terrorismo»), gli affitti delle case sono aumentati di oltre dieci volte, la città è tra le più inquinate al mondo, ogni giorno si ammazzano tre bambini, fatti a pezzi dai convogli del nuovo business e da quelli militari (in divisa o no) che hanno la regola di sicurezza (la propria!) di non fermarsi in caso si investa qualcuno. Nella capitale sono aumentate enormemente la violenza e la delinquenza comune. È arrivata la prostituzione. Circolano molte droghe pesanti. Si inizia a parlare di Hiv e di rischio Aids. È arrivata anche la medicina a pagamento. Grazie alla World Bank, a Kabul già la settimana dopo la caduta dei Talebani. Medicina privata. In un Paese di 25 milioni di abitanti che portano a casa mediamente 10 dollari statunitensi al mese, in un Paese che in oltre trent'anni di guerra ha visto 4 milioni di rifugiati, 2 milioni di morti, oltre 1 milione di disabili, si sta costruendo - con i «soldi degli aiuti» - la medicina a pagamento: chi ha soldi può curarsi (male), gli altri crepino pure. Anche questo hanno visto e stanno pagando i semplici cittadini afgani, bambini donne e uomini. Effetti collaterali della democrazia? Forse, ma solo un demente potrebbe accettarli. Migliaia di civili ogni anno (molti di più che ai tempi della guerra tra taleban e mujaheddin) sono stati dilaniati dalle esplosioni. Per non parlare dei diecimila civili morti nei primi sei mesi della «liberazione», polverizzati dalle bombe della libertà. Non ti stupisca allora, caro Furio, se la maggioranza degli afgani non vede il ritorno dei Talebani al potere come una «minaccia»: per molti sarebbe «meglio», per altri è «una speranza», alcuni perfino pregano perché succeda. Molti non hanno simpatia alcuna per i Talebani, ma giudicano ancora peggio il fatto che il loro Paese sia militarmente occupato da stranieri. E l'avversione e l'insofferenza stanno crescendo, fino alla rivolta. I «disordini» del 29 maggio - una dozzina di morti e più di cento feriti civili, da colpi d'arma da fuoco, settantuno dei quali sono arrivati al Centro chirurgico per vittime di guerra di Emergency - non erano manifestazioni «talebane», non c'era alcun agitatore o «terrorista» a sobillare la folla. Non ce n'era bisogno. È bastato loro aver vissuto cinque anni di «liberazione». Mi piacerebbe discutere con te di queste costanti spirali che portano, ogni volta che si sceglie la «guerra come strumento», al risultato paradossale di far apparire «desiderabili» perfino quei regimi di terrore che il terrore della guerra si proponeva di soppiantare. Abbiamo paura di dire la verità, di ammettere che moltissimi iracheni cambierebbero volentieri la loro vita di oggi con quella nell'Iraq dominato dal «mostro dittatore» (che allora però era ancora «l'amico Presidente»)? Dobbiamo trovare il coraggio di dire che anche qui sono in molti a rimpiangere i taleb, quando vedono - ed è questo il senso profondo di quei «disordini» - i ferenji (gli stranieri) decidere il futuro degli afgani.Ci stupisce? Ci stupisce l'insofferenza di una popolazione che ha visto guerra per decenni, e che vede ora altri eserciti combattere una nuova guerra chiamandola pace? Stupiti o meno che ne restiamo, loro - la maggioranza degli afgani - la pensa così. I militari stranieri, anche i militari italiani, come abbiamo sperimentato, sono considerati forze di occupazione, e sono un bersaglio. Qui in Afghanistan c'è la guerra, e minaccia di intensificarsi nei mesi a venire. L'Italia, che ruolo vuole avere? Da che parte dovrebbe stare? «Provengo da un paese - ha detto recentemente a Montecitorio la deputata afgana Malalai Joya - che ancora brucia tra due fuochi: da una parte ci sono i criminali fondamentalisti dell'Alleanza del Nord sostenuti dal governo americano, dall'altra i talebani e i terroristi di Al-Qaida».E noi, a chi decidiamo di «affittare» i nostri fucili, ai «criminali fondamentalisti» contro i «talebani terroristi»? Sarebbe questo l'obiettivo e il senso della nostra presenza? Anziché cercare un proprio «ruolo nella guerra», anziché rincorrere formule per non scontentare alleati-padroni, l'Italia potrebbe fare altro. Il nostro Paese ha la cultura e le risorse umane per un gesto di pace, per stare dalla parte dei disgraziati, poveri, martoriati cittadini dell'Afghanistan, di quelle persone il cui destino ci interessa e ci angoscia. E se provassimo a sperimentare approcci diversi «nell'aiutare l'Afghanistan»? Si potrebbero trovare, magari a fatica, soluzioni che non prevedano l'uso di militari, iniziative basate su una discussione e un confronto (che richiede i suoi tempi) con tutte le componenti della società afgana, progetti condivisi come priorità dai cittadini afgani, non solo voluti e caldeggiati dai tagliagole di turno. Perché non togliere i militari e con calma ricostruire l'immagine che ci piace gli altri abbiano dell'Italia? O qualcuno pensa che il più bel «made in Italy» siano i fucili mitragliatori? Mantenere la truppe in Iraq e in Afghanistan sta costando oltre 100 milioni di euro ogni mese al Paese dove si ritengono impossibili aumenti retributivi di 100 euro. Emergency, una piccola ma importante realtà qui in Afghanistan, dal 1999 ha fornito assistenza a un milione e centomila pazienti e spende ogni anno circa 6 milioni di euro per offrire assistenza gratuita nei suoi tre ospedali chirurgici (Panchir, Kabul, Lashkargah), nel Centro di Maternità (Anabah), nelle 27 cliniche e posti di pronto soccorso, nelle carceri. Con i soldi già spesi per mantenere qui le truppe, avremmo potuto dare ai cittadini dell'Afghanistan (non al despota di turno) 300 ospedali, 5.000 scuole e 3.000 Centri di servizi sociali per i disabili, per le vedove e le donne emarginate, per gli anziani, per i tanti orfani di guerra. Non parlo solo di costruire edifici, ma di attivare strutture, di fornire servizi qualificati addestrando lo staff nazionale afgano. Senza blindati né elicotteri da combattimento, sarebbero bastate la passione e la competenza di molti italiani, ingegneri e architetti, infermieri e medici, tecnici e amministratori. I convogli disarmati di Emergency possono ancora oggi spostarsi dal Panchir a Lashkargah (attraversando regioni interamente sotto il controllo dei talebani) senza alcuna scorta, senza temere attacchi. Può fare lo stesso il personale militare italiano «in missione di pace»? Mi attribuisci «la speranza un po' folle» di voler «unire due percorsi»: ospedali da un lato, e una «responsabile decisione politica che non sia di abbandono» dall'altro. Può darsi, ma non credo si tratti di follia. C'è dell'utopia, certo. C'è l'ostinata utopia di credere che dobbiamo porre in fretta nell'agenda della specie umana - e fare in modo che entri anche nella agenda dei Governi - la costruzione di una società dalla quale sia bandito l'uso della violenza di massa, del terrorismo come della guerra. Ci si arriverà se incominciamo ad agire in questa direzione, una volta dopo l'altra, ogni volta. Iniziando, ad esempio, col ritirare tutti i militari italiani (che tristezza invocare «ombrelli» e «accordi» per giustificare la partecipazione ad una guerra!) e impegnarci da subito per disegnare una «via italiana pacifica» per gli aiuti ai Paesi in maggiore difficoltà. E a fine mese che succede, col voto sul rifinanziamento della missione militare? Continuo a sperare in un segnale di cultura, di civiltà, di «ripudio della guerra». Se invece, per qualsiasi ragione «della politica», il Governo italiano deciderà di trovare comunque un ruolo per le nostre truppe, per non irritare presunti alleati o autentici padroni, il nostro Paese avrà perso una occasione importante per affermare una cultura nuova. Si temono terremoti politici, qualcuno crede che la «stabilità» politica italiana debba essere la priorità nell'orientare le nostre scelte sull'Afghanistan. Che cosa vorrebbero dall'Italia e dagli italiani i cittadini dell'Afghanistan? Che li aiutassimo a campare, e se possibile a campare un po' meglio, oppure ci stanno chiedendo di stabilizzare il regime di Karzaj? E noi, vogliamo un'Italia «stabile» o un Paese che rifiutando la guerra potrebbe incominciare - finalmente - a chiamarsi davvero «civile»?

Progresso e felicità


Il Corriere della Sera ha pubblicato i risultati di una ricerca dell’inglese New Economics Foundation (NEF), un gruppo di opinione che si occupa di economia, ambiente e temi sociali. La NEF ha ideato un nuovo indice del benessere globale misurando il progresso in rapporto al grado di soddisfazione delle persone e alla capacità di sviluppo eco-compatibile. In poche parole un indice della felicità. Si tratta di una ricerca innovativa che mette in discussione i misuratori economici classici e fornisce una visione più approfondita rispetto ai concetti di progresso e di ricchezza (o povertà). E si scopre che le persone possono vivere a lungo, felici e senza depauperare il pianeta. L’analisi ha portato alla compilazione dell'Happy Planet Index (HPI), classificando le condizioni di 178 Paesi. I risultati della ricerca si possono trovare sul sito www.happyplanetindex.org.
L’Happy Planet Index si calcola moltiplicando la soddisfazione di vita per l’aspettativa di vita, il risultato viene diviso per l’impronta ecologica. La soddisfazione di vita è la misura dei fattori che influenzano il benessere, l’aspettativa di vita è calcolata tenendo conto del tasso di mortalità alle diverse età mentre l’impronta ecologica è un indice che misura la capacità di sviluppo con il minimo danno ambientale.
Al primo posto della classifica dell’HPI troviamo Vanuatu, un piccolo arcipelago con poco più di duecentomila abitanti che si trova a sud dell'Oceano Pacifico, 1.750 chilometri a est dell’Australia e 500 chilometri a nord-est della Nuova Caledonia. Vanuatu ha un'economia basata sull'agricoltura e sul turismo ed un Prodotto Interno Lordo pro capite inferiore a tremila dollari.
Che al primo posto nella classifica della felicità si trovi un arcipelago del Pacifico uno se lo può anche aspettare, quel che non ci si aspetta è che l’Italia occupi il 65° posto! E Spagna, Inghilterra, Francia e Germania sono ancora più indietro mentre per trovare gli Stati Uniti bisogna scendere al numero 150!
Ma le sorprese non sono finite qui, Cuba, che viene quasi sempre descritta come un specie di campo di concentramento, si trova al sesto posto! E se non fosse per il basso punteggio del parametro economico che riduce a valori medi il coefficiente della soddisfazione di vita, le cui cause sono in gran parte dovute al vergognoso embargo imposto dagli USA, schizzerebbe al primo posto con largo margine di vantaggio su tutti. Altro dato significativo è quello riguardante la Russia e gli altri Paesi dell’ex Unione Sovietica che si trovano in fondo alla classifica in compagnia di alcuni Paesi africani. Forse l’abbandono di alcune importanti conquiste sociali ed il passaggio all’economia capitalista buttando il bambino con l’acqua sporca non ha giovato molto....
In conclusione, io penso che questa ricerca faccia finalmente giustizia delle solite classifiche che credono di giudicare il benessere dei Paesi e delle persone con parametri quali il Pil e il conto in banca. L’uomo ha sì bisogno di buone condizioni economiche ma la qualità di vita è fortemente condizionata da altre importanti esigenze che nella nostra società è molto difficile soddisfare.
Mi torna in mente un bellissimo discorso pronunciato da Luis Sepùlveda, il grande scrittore cileno che vive nelle Asturie, il 19 gennaio 2002 a Torino quando gli venne conferito il Premio Grinzane Cavour. Sepùlveda racconta dell’incontro avuto a Cojimar, piccolo porto ad est dell’Avana, con Goyito Fuentes il vecchio pescatore amico di avventura di Hernst Hemingway che a lui si ispirò per scrivere “Il vecchio e il Mare”. Goyito racconta a Sepùlveda di essere innamorato della letteratura che definisce “il modo di usare bene le parole, lasciarle libere ed oneste, perché le parole vogliono essere libere ed oneste”. Proseguendo nel suo discorso il grande scrittore cileno racconta di come Goyito Fuentes gli parlò del suo strumento portatile per riconoscere gli amici ed i nemici della letteratura, uno strumento infallibile che ha sempre custodito gelosamente e che non l’ha mai tradito. Nel mio girovagare per il mondo alla ricerca delle condizioni di vita degli uomini nei diversi Paesi, mi sono servito anch’io di un mio personale strumento per misurare il grado di felicità delle persone, uno strumento che mi è stato tramandato dai miei avi, uno strumento sempre a portata di mano e facile da usare: osservare l’espressione del viso delle persone. Non c’è parametro migliore per capire quanto un popolo sia soddisfatto delle proprie condizioni di vita. Un parametro che dà dei risultati in forte contrasto con quelli basati sul Prodotto Interno Lordo e molto simili all’Happy Planet Index.
(Grazie a Riccardo per aver segnalato questa ricerca sul suo blog)

13.7.06

Il Manifesto viva


Annalisa mi ha mandato una mail con allegati due interessantissimi documenti. Uno è l'editoriale pubblicato sul Manifesto a firma di Mariuccia Ciotta e Gabriele Polo nel quale i due giornalisti illustrano la drammatica situazione economica in cui versa il glorioso quotidiano comunista che da trentacinque anni si è eretto ad antidoto contro i rischi di omologazione del pensiero. Ho pensato di pubblicare l'articolo in questione poi, navigando sul sito del giornale, mi sono imbattutto in un intervento di Adriano Celentano. Convinto che i frequentatori di questo Blog conoscano l'editoriale di Mariuccia Ciotta e Gabriele Polo in quanto ampiamente diffuso, ho ritenuto di pubblicare l'articolo di Celentano perchè viene da un personaggio che non può essere tacciato di comunismo ed il contenuto del suo intervento mi è parso molto significativo.
Ovviamente invito tutti a sostenere il Manifesto perchè non possiamo permetterci il lusso di perdere una delle poche voci fuori dal coro.

Il manifesto è rock
di Adriano Celentano
«Quattro ore di fila per ritirare una pensione di 12mila e ottocento lire ...», diceva Memmo Dittongo a Gino Santercole nel film «Yuppy du»: «neanche un vestito salta fuori»... meno male che non ho famiglia con tanti disgraziati... se non c’era Felice che mi prestava il suo... " Felice ero io... Era il 1970 quando scrissi il dialogo della scena in cui i due amici impersonavano due poveracci che sognavano di essere due operai specializzati. Un lusso che per il fatto di essere irraggiungibile li faceva sentire diversi... in un certo senso emarginati, radiati dalla società: «se tu eri un operaio» diceva Santercole, «ce l’avevi un bel vestito, doppio petto...». Ma questa era solo una finzione cinematografica, mentre fuori invece, fuori dal cinema, nella realtà di quegli stessi anni o giù di lì, un gruppo di intellettuali di sinistra capeggiati da quelli che tutt’ora sono considerati i grandi vecchi del manifesto, venivano radiati dal partito per aver espresso delle forti critiche alla linea comunista di allora. Un atto clamoroso, se si pensa che tutto questo avveniva quando ancor a l’Unione sovietica era molto potente. Un dissenso che per la Russia di allora voleva dire scandalo, pericolo, sgretolamento. Ma i grandi vecchi non si diedero per vinti e per tutta risposta, assieme ad altri, fondarono il manifesto. Parliamo di Rossana Rossanda, Valentino Parlato e Luigi Pintor, che Berlinguer considerava il più grande giornalista italiano; forse perché tutti e due erano sardi... Inizia così, quindi, la straordinaria avventura dell’unico giornale senza padrone ossia, senza azionisti di maggioranza, con un’indipendenza assoluta e uno spirito di gruppo che non ha precedenti nella storia dell’editoria, non solo italiana, ma credo mondiale. La differenza fra il manifesto e le grandi testate tipo il Corriere della Sera, Repubblica, Il Messaggero, La Stampa e altri, sta nel fatto che i direttori di questi ultimi, anche se stimati e molto apprezzati per la libertà con la quale dirigono il giornale, hanno pur sempre alle loro spalle degli azionisti di maggioranza che, come una spada di Damocle, pende sulle teste dei validi Giulio Anselmi, Ezio Mauro, Paolo Mieli, ecc. Una differenza che apparentemente sembra minima, ma che nasconde invece la tragica possibilità, che improvvisamente gli azionisti di maggioranza si riuniscano per sbattere fuori Paolo Mieli in quanto non più in linea con l’oscuro pensiero da cui essi stessi dipendono: il business... il Capo supremo per eccellenza a cui non si può e non si deve disobbedire. Un capo naturalmente diverso da quello che ha il manifesto a cui invece si obbedisce in base a una credenza, un’ideologia, sia liberale, marxista o cattolica non importa, purché in ognuna prevalga l’onestà intellettuale di chi la professa e, nel manifesto, naturalmente non lo posso dire con certezza, ma da alcuni segni che traspaiono dalla storia di questo giornale, tutto fa pensare che questa onestà ci sia veramente. Per esempio lo si può intuire dal fatto che lì tutti, sia giornalisti che tecnici, guadagnano tutti uguali e, soprattutto poco... un nobile sacrificio che tuttavia pare non bastare a sorreggere la vita di questo singolare quotidiano che proprio in queste ore, rischia di chiudere per mancanza di mezzi. A oggi la sua vendita in edicola è di sole 30mila copie, con un contributo pubblicitario di appena il 10% quando si sa che oggi nessun giornale potrebbe reggere senza la partecipazione di almeno il 40% della pubblicità. Strano l’atteggiamento dei pubblicitari... Cos’è che vi da fastidio a tal punto da non considerare il manifesto come veicolo promozionale? Un errore tattico che da parte vostra proprio non mi aspettavo. La genialità dei vostri microspettacoli che mette addirittura in serio imbarazzo chi di spettacolo invece ha perso ogni traccia sia alla Rai che a Mediaset, non può accostarsi, se non altro per un senso di sintonia e di eleganza, alla genialità dei titoli ormai famosi del manifesto. Ne ricordo qualcuno in particolare, quando per lanciare l’immagine del giornale, il manifesto fece una campagna con la foto di un bambino che dormiva coi pugni chiusi, come fanno i bambini quando dormono. Sotto la foto una scritta che diceva: La rivoluzione non russa... E poi, ancora, quando il ministro Tremonti dopo le sue dimissioni, apparve sul manifesto con il titolo «Ciao tesoro»! Ma la cosa più stupefacente che credo rimarrà nella storia dei titoli, e anche i cattolici non possono non apprezzare la grande ironia, è quando il Papa è stato eletto: «Il pastore tedesco». Geniale. La storia della prima e della seconda guerra mondiale raccontata in due parole... Chi fa della pubblicità non può non considerare, per quanto non condivida la sua linea politica, il valore di quella fascia di élite a cui arriva un giornale come il manifesto il quale, nonostante la sua bassa tiratura, entra nei ranghi di coloro che contano nei punti cardine della società. Cosa ti importa, se sotto la testata del manifesto c’è ancora la parola comunista? Il tuo compito no è quello di far sì che il tuo messaggio arrivi a toccare tutte le fasce della società e, se possibile anche quelle del mondo animale? Voltaire diceva: «Io non condivido niente di quello che dici, ma darei la vita perché tu lo dica»!

9.7.06

Siamo una squadra fortissimi


Siamo una squadra fortissimi
fatta di gente fantastici
e nun potimm' perde
e fa figur' e mmerd'
perché noi siamo bravissimi
e super quotatissimi
e se finiamo nel balatro
la colpa è solo dell’albitro
Siamo una squadra furbissimi
fatta di gente drittissimi
e nun vulimm' perde
e fa figur'e mmerd'
perché noi siamo bravissimi
e superquotatissimi
e se qualcuno ci ostacola
ce lo diciamo alla Cupola.
No, non è una mia poesia, è il ritornello di una canzone di Checco Zalone, cantata anche in midley da Baglioni, Consoli, Gazzè, Venditti, Belli, Ruggeri, Ramazzotti e Jovanotti.
La potete trovare sul sito di radio DJ http://www.deejay.it/dj/home
Io la trovo perfetta per descrivere il clima che si è creato attorno al calcio e alla nazionale azzurra che questa sera incontra la Francia per la finale dei mondiali.
Su questi campionati e su calciopoli si è scritto talmente tanto che pensavo di non toccare l’argomento ma la tentazione, a poche ore dalla finale e dopo avere ascoltato questo brano, è stata fortissima.
L’argomento meriterebbe molte pagine visto che rispecchia uno spaccato della cultura italiana, ma per mancanza di tempo e spazio mi limiterò ad alcune considerazioni.
Quando ci fu lo scandalo del calcio-scommesse tutti dissero: mai più! Non sono passati molti anni e rieccoci! Il calcio pulito da tutti invocato sembra proprio non esistere. Io penso che nel vortice di miliardi che sommerge lo sport professionistico sia impossibile che questo avvenga. O si torna allo sport per puro diletto o ce lo dobbiamo tenere così com’è. Da parte mia, capita l’antifona, ho smesso da molti anni i panni del tifoso e cerco di vedere lo sport con gli occhi dell’esperto, visto che in gioventù ho praticato parecchie discipline e tutt’ora dedico parte del poco tempo libero di cui dispongo alla squadra di calcio del mio paese ed alleno pure i bambini piccoli cercando di trasmettere loro l’amore per la pratica sportiva fatta per puro divertimento. Ed i ragazzi, quando non vengono manipolati da qualche adulto sconsiderato, giocano per divertirsi e con l’unico obbiettivo di vincere la partita.
Tornando ai mondiali, questa sera la nostra Nazionale si gioca la possibilità di vincere per la quarta volta l’ambito trofeo. Dal mio punto di vista questi mondiali sono stati piuttosto deludenti e penso che sia lecito pretendere qualcosa di meglio da professionisti strapagati quali sono la maggior parte dei partecipanti. Le uniche squadre che mi hanno convinto sono state Spagna e Argentina che però sono uscite dal torneo molto presto. E questo fa parte del gioco. L’Italia è partita malissimo, giocando male contro squadre mediocri ed è riuscita ad arrivare in finale grazie ad un calendario favorevole e a non poca fortuna. C’è da dire però che partita dopo partita il gruppo è andato crescendo, la partita contro la fragile Ucraina è stata quantomeno dignitosa e contro i tedeschi si è disputato uno dei pochi incontri meritevoli di essere seguiti. I nostri cugini francesi hanno esordito ancora peggio, sono riusciti a superare per il rotto della cuffia il girone di qualificazione agli ottavi, poi hanno superato i favoriti brasiliani giocando una buona partita, secondo me più per demerito dei carioca, da sempre i miei preferiti ma quest’anno irriconoscibili, che per meriti propri. Nella semifinale contro il Portogallo non hanno fatto vedere molto di buono anche se sono riusciti a superare i bravi lusitani. Che succederà stasera tra i francesi che hanno il senso del primato e gli italiani che hanno quello del cinismo? Che vinca il migliore? “Speriamo di no” diceva l’indimenticabile Nereo Rocco. Il grande ex capitano della Germania Franz Bekenbauer dice che noi siamo costretti a vincere, la psicologia della statistica parla di cicli positivi ogni dodici anni e quest’anno è un dodicesimo anno, nella nazionale francese giocano molti calciatori “nostri” che conosciamo bene, i nostri cugini puntano tutto su Zenedine Zidane che disputa stasera la sua ultima partita ma in semifinale è sembrato molto stanco, gli azzurri nelle ultime partite hanno dimostrato di mettere in campo una grande volontà ed un grande cuore anche per rispondere sul campo alla scarica di immondezza che i giornali tedeschi ci hanno scagliato contro. Infine, il gruppo è coeso e nel calcio conta il gruppo, un insieme che Lippi ha il merito di far funzionare benissimo, il gruppo è cresciuto tantissimo ed il nostro tecnico ha la grande capacità di utilizzare al meglio gli uomini a disposizione. Ieri ha detto che preferirebbe essere chiamato allenatore di cervelli, una definizione più adatta ai ragazzi di via Panisperna che ad un allenatore ma che illustra bene il suo pensiero. Poi si sa che gli italiani sono meravigliosi nelle sventure! Tutto questo fa ben sperare i nostri tifosi: la vittoria l’è porga alla chioma. Intanto il simpaticissimo Totti dice che a lui la tranquillità dà tranquillità (chissà se il nervosismo gli dà nervosismo…). Dovrebbe essere un incontro avvincente ma cavalleresco, dovremmo dimenticarci quello che ci ha fatto Vercingetorige e soprattutto quello che noi abbiamo fatto a lui, in fondo siamo tutti fratelli, anzi, siamo cugini. Ma come si sa le faide famigliari durano una vita e sono feroci….
Aldilà del risultato rimane il problema ben riassunto dallo scrittore Mario Benedetti che parla di calcio come anestesia e della necessità di non dimenticare. Il calcio, definito anche arma di distrazione di massa, è in grado di far dimenticare qualsiasi cosa ed è riuscito a fare sparire dai notiziari persino il tormentone dell’aviaria. Mentre la nostra coppia più forte in campo, Buffon e Cannavaro, pensano ad auto-emendarsi, Gattuso, che non ha piedi fini ma cuore grande ed è uno dei pochi che non ha dimenticato le sue origini, sostiene che l’eventuale vittoria non deve servire ad assolvere i colpevoli. I garantisti invitano gli investigatori a non avere fretta ma bisogna anche tenere presente che la gente dimentica in fretta ed il tempo aiuta a dimenticare.
Io, che osservo le partite con occhio da tecnico e cerco sempre di essere neutrale, sarei comunque felice se gli azzurri portassero a casa la coppa, soprattutto per i milioni di tifosi che sperano da tempo in questo evento, ma vorrei invitare ad evitare patriottismi fastidiosi ed enfatizzazioni che non fanno bene a nessuno. Cerchiamo di andare oltre gli stereotipi ed i luoghi comuni e non dimentichiamoci che Capello se ne è andato un momento prima che tirassero lo sciacquone….

5.7.06

Latinoamerica


Esce in questi giorni il numero 94/95 della rivista "Latinoamerica e tutti i sud del mondo" diretta da Gianni Minà.
Latinoamerica è una rivista trimestrale che, fedele alla linea della sua storia ventennale, si occupa del continente a sud degli Stati Uniti, ampliando il suo panorama anche ad altri sud del mondo, annientati economicamente e socialmente dal mercato neoliberale e dalla globalizzazione.Il nuovo editore G.M.E. Produzioni srl, si avvale della collaborazione di alcune delle firme più significative della letteratura e dell'impegno civile in america latina: Luis Sepúlveda, Eduardo Galeano, Paco Ignacio Taibo II, Roberto Retamar, Daniel Chavarria, Miguel Bonasso, Mempo Giardinelli, Emir Sader, Frei Betto, Rigoberta Menchù, Adolfo Perez Esquivel, Dante Liano e anche scrittori e saggisti nord americani ed europei come Noam Chomsky, Peter Tompkins, Wayne Smith, Gennaro Carotenuto, Antonio Tabucchi, Giulietto Chiesa, Giulio Girardi, Alex Zanotelli, Ettore Masina, Pino Cacucci ed altri che ben conoscono l’universo latinoamericano e i sud del mondo.
Questa rivista non dovrebbe mancare tra le letture di coloro che intendono ricercare la realtà dei fatti che si nasconde dietro l'informazione ipocrita ed interessata della grande stampa occidentale.
Gianni Minà, giornalista, conduttore televisivo, è nato a Torino nel 1938. Ha collaborato con quotidiani e settimanali italiani e stranieri e ha realizzato per la Rai centinaia di servizi e interviste nelle trasmissioni più diverse, da TV7 a Blitz. È autore di film documentari su Mohammed Alì, Fidel Castro, Che Guevara, Rigoberta Menchù e il subcomandante Marcos. Dal 1996 ha diretto "Tuttosport" e ha realizzato per Rai Due il programma di interviste Storie.
Recentemente Gianni Minà è intervenuto alla terza giornata della Festa della Cooperazione e della Solidarietà Internazionale al parco della Repubblica, Modena. A conclusione del suo intervento ha detto che c'è un solo Paese al mondo dove non ci sarà mai un colpo di stato, e questo Paese sono gli Stati Uniti. Ha poi spiegato il perchè: perchè negli Stati Uniti non c'è l'Ambasciata USA....
La rivista non si trova in edicola, per abbonarsi consultare il sito http://www.giannimina-latinoamerica.it/ .