Fidel Castro: Concetto di Rivoluzione

Revolución
Es sentido del momento histórico;
es cambiar todo lo que debe ser cambiado;
es igualdad y libertad plenas;
es ser tratado y tratar a los demás como seres humanos;
es emanciparnos por nosotros mismos y con nuestros propios esfuerzos;
es desafiar poderosas fuerzas dominantes dentro y fuera del ámbito social y nacional;
es defender valores en los que se cree al precio de cualquier sacrificio;
es modestia, desinterés, altruismo, solidaridad y heroísmo;
es luchar con audacia, inteligencia y realismo;
es no mentir jamás ni violar principios éticos;
es convicción profunda de que no existe fuerza en el mundo capaz de aplastar la fuerza de la verdad y las ideas.
Revolución es unidad, es independencia, es luchar por nuestros sueños de justicia para Cuba y para el mundo, que es la base de nuestro patriotismo, nuestro socialismo y nuestro internacionalismo.

Fidel Castro Ruz (1ro de mayo del 2000)

20.5.06

Il vero volto di Cuba 1

L'Gazetin è un mensile redatto a Morbegno e tratta sopratutto di questioni locali. Ultimamente vanta tra i suoi collaboratori un certo Gordiano Lupi che sicrive su, o meglio contro, Cuba. Io leggendo certe stupidaggini non posso fare a meno di replicare. Questo è il contenuto della prima replica.

Gordiano Lupi e il vero volto di Cuba
Il numero di settembre de ‘l Gazetin, contiene un articolo di Gordiano Lupi dal titolo “Il vero volto di Cuba”. Una persona amica me ne ha dato una copia per sentire un mio parere, visto che da anni passo dei lunghi periodi sull’isola caraibica. Già la foto di copertina e il titolo mi sono sembrati più che eloquenti sulle intenzioni del “giornalista” (il virgolettato perché uno per definirsi tale dovrebbe attenersi con un poco di decenza alla deontologia professionale). Denigrare il Governo e il popolo del Paese di Fidel Castro, Ernesto “Che” Guevara, Camillo Cinfuegos, Josè Martì e di tutti quei cubani che hanno scritto pagine tra le più belle della storia dell’umanità, è diventato un tormentone che serve solamente a fare esercizio di disinformazione a chi è guidato solamente da livore ideologico contro chi ha cercato, e sta cercando, di trovare una via d’uscita alla condizione di totale sottomissione agli interessi delle grandi potenze. Sarebbe interessante interrogarsi sul perché questo venga fatto praticamente da tutti i mezzi di informazione e da tutti i politici, di destra, di centro e di sinistra. Cuba viene utilizzata per propagandare l’ideologia capitalista e per denigrare il socialismo, invece la sua esperienza dovrebbe essere valutata in maniere del tutto indipendente, tenendo conto di tutto quanto concorre a definire il benessere delle persone che sicuramente non sono solo i beni di consumo ed il libero mercato. Un buon metro per misurare questo potrebbe essere quello di confrontare l’espressione del volto degli occidentali con i loro abiti firmati e le loro auto ultimo modello, con quello dei cubani che girano con vecchie auto degli anni ’50 o biciclette tenute assieme in qualche modo. Io ritengo che la Rivoluzione cubana sia stata un evento straordinario per la liberazione di quel popolo dalla sottomissione, che il socialismo sia l’unica soluzione che permetta alle classi più povere un tenore di vita decente e che il superamento di tale sistema non debba essere imposto da nessuno ma deciso nei tempi e nei modi esclusivamente dai cubani che non hanno assolutamente bisogno dei nostri consigli “interessati” (Dio li salvi dagli importatori di democrazia). Il tanto disprezzato Fidel Castro e il Governo cubano godono ben altra considerazione da parte di intellettuali onesti e dagli studiosi del continente latino-americano (tra questi Frei Betto, Mempo Giardinelli, Dante Liano, Luis Sepulveda, Gennaro Carotenuto, Adolfo Perez Esquivel, Eduardo Galeano, Gabriel Garcìa Marquez, Giulio Girardi, Emir Sader, Lisandro Otero, Leonardo Boff, e tanti altri) e da centinaia di milioni di poveri di quei Paesi, che vedono l’esperienza di Cuba come l’unica speranza per uscire dalle loro condizioni di disperazione e di disumana miseria. A quei Paesi, che hanno cercato di costituire il Mercosur, si cerca invece di imporre l’Alca, un patto economico di completa sottomissione agli interessi nordamericani. Dopo la conquista democratica del potere da parte di Hugo Chavez in Venezuela, osteggiata con tutti i mezzi dagli USA, Cuba e Venezuela hanno risposto con l’Alba, l’Alternativa Bolivariana per le Americhe, un trattato di vera cooperazione tra i due Paesi che vuole difendere esclusivamente l’interesse dei loro popoli (mentre Lupi racconta barzellette su Bolivar e Martì). Proprio in questi giorni Hugo Chavez è stato in Italia. La visita di un Capo di Stato democraticamente eletto è stata praticamente ignorata dai nostri “democratici” organi di informazione, se non per dipingerlo come una macchietta. Viene invece dato molto risalto a quei Capi di Stato, loro sì veri dittatori, che massacrano e saccheggiano i loro popoli e svendono i loro Paesi agli interessi delle multinazionali. Parlare delle atrocità commesse da questi criminali sarebbe facile ma si preferisce scrivere stupidaggini su Cuba come fa Gordiano Lupi. Per approfondire questi temi consiglio di leggere gli scritti delle personalità libere ed intellettualmente oneste che sopra ho citato, oppure quanto dice il grande intellettuale nordamericano Noam Chomsky nel suo ultimo libro: Egemonia o sopravvivenza (sul sito http://www.arcoiris.tv/ si possono vedere alcuni filmati di sue conferenze).
Mi sorprende che la redazione de ‘l Gazetin, di cui io sono stato fedele lettore quando vivevo in quel di Morbegno, si compiaccia e si senta soddisfatta di avere pubblicato quanto scritto da Lupi, senza porsi un minimo di dubbi sul contenuto dell’articolo che denota chiaramente il poco spessore e la disonestà intellettuale dell’autore.
Già il fatto di pretendere di raccontare “il vero volto di Cuba” denota scarsa conoscenza dei propri limiti. Io conosco da anni l’isola, conosco molti cubani e i loro stili di vita, ma non riesco nemmeno ad immaginare di poter descrivere il vero volto di Cuba! La realtà cubana è talmente complessa e in continua evoluzione che soltanto personaggi velleitari dotati di eccessiva sopravvalutazione dei propri mezzi possono pensare di spiegare con un articolo. Se poi uno per spandere merda sul Governo cubano decide di andare a vivere “tra maiali vaganti, capre, mucche al pascolo, galline, mosche e zanzare”, la dice lunga sulle sue intenzioni.... Passare qualche giorno in casa di un campesino è sicuramente un’esperienza, ma a Cuba ci sono anche altre situazioni interessanti. Per esempio vedere come vengono gestiti gli stupendi parchi naturali, voluti dal Che, ed invidiati da tutto il mondo. O farsi un giro per l’isola per scoprire come vengono sfruttate le energie alternative. Oppure passare qualche serata nei locali dove viene suonata la musica che tutto il mondo invidia. Oppure partecipare alle innumerevoli iniziative culturali, iniziative di tale spessore che non è facile incontrare in altri luoghi. Oppure altre mille cose che quando sei a Cuba il tempo non ti basta mai. Questo non vuol dire che bisogna chiudere gli occhi sui problemi che affliggono gli abitanti dell’isola. Ma quale Paese non ne ha? Basterebbe paragonare le condizioni di vita dei cubani con quelli degli altri Paesi del Terzo Mondo.... E sarebbe utile riflettere sul perché esistono Paesi del Terzo Mondo!! E per incontrare condizioni di vita peggiori di quelle dei cubani a volte basta visitare i Paesi ricchi, magari il Paese più ricco del mondo dove milioni di esseri umani vivono, ma sopratutto muoiono, in condizioni pietose! Cuba è un Paese povero, e che nei Paesi poveri ci sia la povertà lo si sapeva anche prima che lo dicesse Lupi. Ma tra tutti i Paesi poveri, Cuba è l’unico dove non esiste la miseria e dove ogni cittadino ha condizioni di vita dignitose! Con tutte le critiche che si possano fare al Governo cubano, non ho ancora visto nessun Governo di un Paese del Terzo Mondo fare qualcosa di meglio.
Lupi scrive: “Cuba resta per me un luogo dell’anima, un posto dove tornare per ricordare il passato e programmare il futuro, una pausa alla frenetica vita italiana, un momento di sosta per tirare il fiato”. Forse sarà la mancanza di paranoie esistenziali ma io non provo nessuna di tutte queste sensazioni pseudo-intellettualistiche. Semplicemente quando vado a Cuba la vivo così com’è e non mi passa nemmeno per la testa di insegnare ai cubani la strada per raggiungere la libertà. Anche perché conosco tanti cubani dotati di enormi capacità che se decidessero di venire a vivere nei nostri Paesi “liberi” farebbero sicuramente fortuna, hanno girato il mondo ma sostengono che preferiscono vivere a Cuba perché lo ritengono il posto più libero del mondo. Come si vede il concetto di libertà è molto soggettivo e il punto di vista di Lupi non mi sembra dei migliori.
Per me che amo Cuba e il suo meraviglioso popolo pur non avendo mai, nemmeno in gioventù quando andava di moda, idealizzato la Rivoluzione cubana, a leggere simili amenità provo un profondo senso di avvilimento e non riesco a capire il motivo di tanto accanimento se non nell’intolleranza ideologica e nella stupidità. Come può parlare di libertà chi si presta a tali mistificazioni della realtà? Come pretende di sfatare i luoghi comuni chi scrive un articolo pieno dei più volgari luoghi comuni?
Lupi dice che contrariamente a Gianni Minà e ai comunisti italiani, quando torna in Italia nessuno gli dice cosa deve riferire. Questo non gli dà il diritto di scrivere un mucchio di sciocchezze per screditare un Governo che, per malvagio che sia, non può essersi dedicato esclusivamente a martirizzare il suo popolo. Chi conosce i cubani sa benissimo che il livello medio di cultura di quel popolo non ha rivali in nessun’altra parte del mondo, che la sanità, contrariamente a quanto lui scrive, è di altissimo livello. Lo testimonia il fatto che prima della Rivoluzione gli abitanti dell’isola non raggiungevano i cinque milioni mentre ora, malgrado le coppie facciano pochi figli, sono quasi dodici milioni. Quattro bambini su cinque morivano prima di compiere i cinque anni di età, la speranza di vita era di circa cinquant’anni mentre ora è tra le più alte del mondo. Nel nostro paese ci sono parecchi cubani che vivono onestamente e non si dedicano alla criminalità, alla prostituzione o quant’altro, e questo è sintomo di un popolo con altissimi valori morali. Insomma un popolo che ha riconquistato una sua dignità che pochi, anche tra i Paesi del mondo ricco, possono vantare. Lupi dimostra invece di essere ideologicamente molto ma molto più condizionato di Minà e dei comunisti italiani. Anche perché generalizzare sui comunisti italiani mi sembra un’altra enorme stupidaggine, frutto di ignoranza ed arroganza. Lupi sicuramente non ha approfittato dei suoi viaggi a Cuba per apprendere la modestia....
Quando poi scrive “Non ho mai avuto nei confronti dei cubani un comportamento da burino saccente che si sente un uomo civile in mezzo ai selvaggi” mi fa rabbrividire. Il solo fatto di pensare questo, dimostra di avere un concetto di superiorità. Una cosa del genere è ignobile! A me certi pensieri non attraversano nemmeno il cervello!
Per smentire tutte le stupidaggini contenute nell’articolo di Lupi servirebbero parecchie pagine, per questo mi limito solo ad alcune considerazioni.
Contrariamente a Lupi quando arrivo in uno degli aeroporti cubani, non mi sento “come un pericoloso imperialista in attesa del giudizio di ammissione nell’ultimo paradiso comunista” ma come in qualsiasi parte del mondo mi metto in fila ed esplico le formalità dettate dalle leggi del Paese che mi ospita. A Cuba non vengo trattenuto quattro ore ma solo il tempo necessario per sbrigare le formalità doganali. Come negli altri Paesi. Quanto ai cubani, quando arrivano dall’estero devono dichiarare cosa trasportano e se hanno con loro merci soggette al pagamento di un dazio, lo devono pagare come in tutti i Paesi del mondo. Sicuramente qualcuno cercherà di aggirare l’ostacolo corrompendo i funzionari ma anche questo avviene in tutto il mondo e ci scommetto che se facessimo una classifica troveremo delle belle sorprese... Sostenere poi che i cubani che rientrano vengano considerati “imperialisti di ritorno e vermi traditori della patria” è veramente disgustoso. Solo questo basta a qualificare il livello di intolleranza del personaggio Gordiano Lupi.
Un’altra volgarità è quella di sostenere che l’illegalità sia il sistema di vita dei cubani. Salvo poi sostenere, paradossalmente, che la polizia cubana è spietatamente repressiva. Sicuramente anche a Cuba esiste l’illegalità. Come dappertutto! Se lo sostiene un italiano poi.... Se Lupi sognava di trovare il paradiso in terra ed è rimasto deluso sono affari suoi. Che Cuba sia un “paradiso comunista” non lo hanno mai sostenuto nemmeno Gianni Minà e i comunisti italiani! E’ un’altra invenzione della nostra “libera informazione” per denigrare quel Paese e chi ne difende i valori. Qualsiasi cosa succeda a Cuba diventa un pretesto per sostenere che lì c’è una spietata dittatura. Se la stessa cosa succede da noi, al contrario, è un esempio do democrazia! A proposito di Gianni Minà, perché non pubblicate un suo articolo su questi argomenti? Fareste un’opera di giustizia e i lettori si renderebbero conto chi è più ideologicamente orientato nei propri giudizi su Cuba. E potrebbero notare la differenza di spessore tra Lupi e Minà!
Quanto alle crudeli carceri cubane piene di oppositori politici e giornalisti dissenzienti, avrei una bella storia da raccontare in proposito ma richiederebbe troppo spazio. Consiglio comunque a Lupi di informarsi meglio, poi fare un paragone con le nostre carceri e magari con quelle americane. Per non parlare della vergogna di Guantanamo. Ma come si fà a raccontare certe cose? Un giornalista si ritiene libero solo perché sa raccontare balle?
Proprio oggi ho ricevuto una mail da Mayra, una amica cubana che si trova in Messico in visita al figlio che vive in quel paese. Dice che non ne può più di vivere lì e non vede l’ora che arrivi Natale quando tornerà nel suo amato Paese “que lo quiere mucho”. Altri amici cubani sono stati in Florida, o in altri Stati degli Usa, a trovare dei parenti. Non è che al ritorno morissero di nostalgia per quei posti e per quel sistema. A proposito vorrei spendere qualche parola sul fatto dei cubani che scappano in Florida. Contrariamente a quanto propagandato, qualsiasi cubano può andarci quando vuole. Tra i governi dei due Paesi c’è un accordo che stabilisce che gli USA si impegnano a concedere l’immigrazione di ventimila cubani all’anno. Ma non lo rispettano, concedono solo poche centinaia di visti, e a caro prezzo! Se invece un cubano arriva su un gommone, viene accolto, gli viene data una casa, un bel gruzzolo di denaro ed un lavoro. Bush ha persino reso difficile il ritorno a Cuba ai cubani residenti negli USA. Migliaia di loro aspettano da anni di rientrare a Cuba per trovare i famigliari. E ai loro famigliari viene difficilmente concesso il visto per entrare negli USA. Anche di questa vergogna ovviamente non se ne parla sulla nostra stampa “democratica” così ben disposta a pubblicare scemenze propagandistiche.
Lupi definisce i giornalisti del Granma e i commentatori di Cubavision “scimmiette addestrate a suonare la grancassa del regime”. Anche questo detto da un italiano.... Così come sostenere che a Cuba le tasse sono molto alte! Ma dove vive il nostro? E le jineteras paragonate alle prostitute dei tempi di Batista? Ci vuole un bel fegato! Ai tempi di Batista, Cuba era ridotta al porcilaio degli USA, ora la prostituzione è inferiore a quella di qualsiasi altro paese del mondo, anche se qualche turista, in questo gli italiani sono in testa, ci va solo per quello.
Lupi confonde l’illegalità cubana con la sua illegalità. Io quando vado a cena in un paladar o dormo in una casa particular, pago tutto regolarmente. Se faccio qualcosa di illegale, il responsabile sono io e non il Governo cubano!
Parlare di stipendi ridicoli che vanno dai 9 ai 35 dollari per dimostrare quanto il tenore di vita dei cubani sia basso, è un altro luogo comune. Si può vivere decentemente con un dollaro se con questo posso avere una casa, l’acqua potabile, il gas, l’energia elettrica, riesco a mandare i figli a scuola, ad essere curato, ecc. Può diventare più difficile se lo stipendio è di 2 000 dollari e per avere lo stesso minimo indispensabile ne servono 4 000! Chiedetelo a quaranta milioni di cittadini USA! E anche a molti degli abitanti dei ricchi Paesi europei!
Sostenere che i medici cubani vadano in Venezuela per “spedizioni propagandistiche” è davvero una grande vigliaccata che solo una persona priva di un minimo di moralità può sostenere. Stiamo assistendo all’esportazione della nostra “democrazia” con le più infernali macchine da guerra che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto, le nostre truppe sono in giro per il mondo armate fino ai denti “in missione di pace” e con chi ce la prendiamo? Con i medici cubani!!! Vergogna! vergogna! vergogna! Conosco alcuni medici cubani che operano in Venezuela o in altre parti del mondo, persone dotate di straordinarie capacità e umanità che fanno questo animati da nobili sentimenti di solidarietà umana che da noi è ormai impossibile trovare. Tutte persone che nel nostro sistema farebbero un sacco di quattrini ma che preferiscono continuare ad offrire il loro aiuto a chi altrimenti verrebbe abbandonato al proprio destino. Questo è il modo dei cubani di esportare “la loro democrazia”: medici, insegnanti, sportivi, ecc. che offrono la loro umanità e professionalità per aiutare chi invece verrebbe abbandonato al suo triste destino. Esportano quello che a Cuba viene considerata la loro più grande ricchezza: il valore umano! Come noi esportiamo “la nostra democrazia” è sotto gli occhi di tutti....
Lupi poi sostiene che a Cuba tutte le case sono di proprietà del governo. Niente di più falso, molti cubani hanno la casa di proprietà. Il Governo cubano ha invece la pretesa di dare una casa ad ogni cittadino. E c’è riuscito! “Santità, questa notte milioni di bambini non hanno un tetto sotto il quale dormire, nessuno di loro è cubano” ha detto Fidel Castro davanti alle televisioni di tutto il mondo in occasione della storica visita di Giovanni Paolo II sull’isola. Anche se non piace a Lupi, nessun altro lo può sostenere, nemmeno i capi dei Paesi ricchi, dove aumenta sempre di più la ricchezza di pochi e la povertà di molti. Che ci siano ancora campesinos che vivono in case di legno con il pavimento di terra è vero. Però è anche vero che sono loro che vogliono vivere in quelle case. Chi voleva una casa in mattoni con il bagno ce l’ha. Se qualche campesinos preferisce fare i suoi bisogni tra “foglie di palma e canne di bambù” ne avrà ben il diritto se questa è una sua scelta. Consiglio a Lupi di fare un paragone tra le condizioni igienico abitative dei cubani e quelle degli altri Paesi del Terzo Mondo. Si accorgerà dell’enorme differenza.
Quanto agli apagones, vorrei ricordare che li abbiamo pure noi. E anche gli USA, vedi quello che è successo a Los Angeles qualche tempo fa ed ancora a New York, ecc. Se questo succede nel Paese più ricco del mondo, figuriamoci in un Paese del Terzo Mondo. Se poi viene sottoposto da cinquant’anni ad un vergognoso embargo condannato da tutte le persone dotate di buon senso....
Lupi dice che quando manca l’energia elettrica di solito viene sospesa pure l’erogazione di acqua e gas. Ha scoperto l’acqua calda! Non sa che acqua e gas vengono distribuiti con elettropompe che non funzionano se non c’è l’energia elettrica? La realtà è che a differenza di quanto avviene praticamente in tutto il mondo, a Cuba i servizi di base vengono dati a tutti e non solo ai privilegiati. E sono servizi democratici: o ce n’è per tutti o per nessuno. Unici privilegiati sono i servizi pubblici. Magari anche in Italia....
Quanto alla “libreta”, anziché definirla ridicola, Lupi farebbe meglio a ricordare che ha permesso la sopravvivenza di milioni di cubani. Quando non c’era, molti cubani morivano veramente di fame!!!
Per Lupi le tavole rotonde trasmesse dalla televisione cubana sono buffe e vedono quasi sempre Fidel ospite d’onore. A me sembrano invece molto interessanti e quando posso le vedo anche in Italia via satellite. Fidel appare pochissimo e solo in occasioni particolari. Magari Berlusconi apparisse tanto quanto Fidel.... E io non ho mai visto niente di tanto buffo quanto le apparizioni di Berlusconi. Le mesas redondas cubane permettono invece di avere una visione del mondo da un punto di vista diverso, altro rispetto al conformismo della nostra informazione. Io sono convinto che senza ombra di dubbio la televisione cubana sia filogovernativa, ma penso anche che se quanto dice venisse ascoltato da tutti, specialmente dalle persone intellettualmente oneste e dai più poveri, capiremmo molto di più su quanto sta accadendo nel mondo e su chi sono i veri responsabili delle miserie che affliggono l’umanità. Chi definisce i giornalisti cubani di essere “presunti giornalisti e dei servi sciocchi del potere” dovrebbe preoccuparsi prima di tutto del suo modo di fare informazione.
Lupi sostiene che nelle mesas redondas si parla solo dell’imperialismo nordamericano, dell’estradizione di Posada Carilles (un terrorista finanziato e protetto dagli USA) di Guantanamo (un pezzo dell’isola sottratta illegalmente dagli USA ed utilizzata come prigione dove vengono commesse le più vergognose atrocità) di diritti umani violati, della guerra in Irak e dei cinque cubani (illegalmente) imprigionati negli USA. Anche se fosse vero non sarebbero temi da poco! Comunque assicuro che si parla di tutto, Fidel Castro non interviene quasi mai, si confrontano diversi punti di vista e vengono ospitate personalità di ben altro spessore che il nostro Lupi. Quanto alla stampa, a Cuba non ci sono solo Granma, Joventud Rebelde e Trabajadores (che non sono poi così ridicoli come li descrive Lupi). Affrontare questo argomento porterebbe lontano, voglio solamente ricordare che anche da noi le pubblicazioni devono essere autorizzate. Provate a pubblicare qualcosa contro il nostro “ordinamento democratico” e vedrete che fine fa la nostra libertà di stampa. Quanto al detto che i giornali cubani sono “papel para limpiarse el siete” riporto il commento di alcuni cubani ai quali ho fatto leggere l’articolo di Lupi: “Es un come mierda”....
Di quanto Lupi riferisce dei suoi discorsi con i cubani non ritengo sia il caso di soffermarsi più di tanto. I cubani sono abilissimi nel dire quello che uno vuole sentirsi dire. Se uno straniero è favorevole al Governo cubano dicono di essere dei “supercastristi”, il contrario se lo straniero la pensa diversamente. Ma Lupi, così bravo nel capire il vero volto di Cuba, sembra che non se ne sia accorto.... A Cuba la stragrande maggioranza dei cubani che conosco sono favorevoli al Governo, altri sono contrari e ne parlano liberamente. E, senza finire in prigione! Forse che da noi non si dice “piove governo ladro?” Quel che è certo è che quasi nessuno parla male della Revoluciòn. Io ritengo che siano state fatte molte cose buone e altre meno buone, ma è solo un mio punto di vista. Concordo comunque con chi dice che Cuba ha fatto meno di quanto voleva ma ha fatto tutto quanto ha potuto.
Concludendo, Lupi mi sembra un personaggio presuntuoso, superbo, sprezzante ed aggressivo, un atteggiamento classico di chi pensa che nessuno al mondo sia meglio di lui e ritiene di essere il detentore della Verità. Il mio giudizio sull’articolo di Gordiano Lupi é di totale disaccordo, sia sul contenuto che sullo stile. Lo ritengo un atto di premeditato attentato alla verità che spesso oltrepassa il limite della decenza fino ad arrivare alla volgarità. Per questo mi permetto di concludere volgarmente: a leggere simili sciocchezze non posso provare altro desiderio che fare ciò che fanno i campesinos tra “foglie di palma e canne di bambù”....
Saluti.
Elio Bonomi

19.5.06

L'America Latina secondo il Corriere della Sera



Pubblico questo lucido articolo di Gennaro Carotenuto che dimostra come la nostra stampa interessata cerchi di alterare la realtà.

L’anatema del globalista
Corriere della Sera, lancio pesante in prima pagina di domenica 14 maggio e intero primo paginone di cultura per un pezzo intitolato “Da Castro a Chávez, l’Europa sedotta dai leader populisti”. L’articolo è firmato da Ian Buruma, un professore olandese specializzato nel Giappone, editorialista del New York Times, e paladino della globalizzazione.
Tema dell’argomentare di Buruma è, guarda caso, il pericolo Chávez che starebbe facendo proseliti tra gli intellettuali europei per i quali va bene tutto pur che sia antiamericano. L'incipit è offensivo oltre che banale. Gli intellettuali europei, sono una categoria quanto mai sfuggente, e oltretutto, chi scrive se ne occupa di mestiere, la maggior parte degli intellettuali europei non sono per niente sedotti da Chávez, e molto meno appaiono sedotti da esperienze di cambiamento ancora più profonde, come quella che ha portato alla presidenza Morales in Bolivia. Quello del Corsera è allora semmai un avvertimento: non lasciatevi sedurre da Chávez.
Semmai tra l'intellettualità progressista e liberale europea è il pregiudizio antichavista ad allignare e le rotte del pensiero mainstream restano dominanti. Non solo a destra. Buona parte della sinistra postmarxista, postcomunista o neocomunista infatti, ha sempre visto come il fumo negli occhi ogni percorso alternativo a quelli europei. Questi, per definizione, rivendicano per se stessi la primogenitura di tutto. E infatti il "terzomondismo" è sempre più considerato un peccato gravissimo, anche se "terzomondismo", come "populismo", non significa poi molto.
E' una storia lunga e credo che la foto che meglio rappresenti la nostra contemporaneità rispetto all'America Latina, resti ancora quella che vede, nei primi anni '50, andare sottobraccio l'Ambasciatore statunitense a Buenos Aires con il segretario del Partito Comunista in Argentina (il più stalinista al mondo e che inizialmente approvò perfino il golpe Videla) in occasione di una manifestazione antiperonista.
Se si capisce a fondo quella foto si capisce anche l'estrema solitudine dell'America Latina, l'asprezza della rivoluzione cubana, la sostanziale complicità del mondo intero verso i colpi di stato fondomonetaristi, la rapina ignorata del neoliberismo che ha fatto i morti per fame perfino nelle terre più fertili del mondo. E si capisce perché continua ad essere sostanzialmente sola anche la nuova America Latina, che con percorsi originali tenta di allontanarsi da quel neoliberismo.
I capi di stato europei riuniti l'altro giorno a Vienna con i loro omologhi latinoamericani, hanno continuato a dispensare paternalisti consigli. Ma sono tutti consigli interessati e nessuno sa spiegare ad un esponente di un popolo originario ecuadoriano perché deve farsi strappare le terre dove vive perché altrimenti gli indici di borsa dell'ENI ne risentirebbero.
L'incomprensione è il tratto caratteristico delle relazioni Europa-America Latina. In un continente dove vivono 400 milioni di contadini, quasi tutti senza terra, ogni volta che qualcuno, come Evo Morales, o Joao Pedro Stedile, parla di riforma agraria, viene bollato come irresponsabile e... chissà perché, "antiamericano"! E' un'automatismo grave e negativo per gli stessi interessi degli Stati Uniti. Questi scelgono di trasformare in conflitto politico ogni conflitto commerciale ed è chiaro che se tutto quello che non è espressione del fallimentare neoliberismo viene automaticamente bollato di antiamericanismo, alla fine l'antiamericanismo non potrà non tracimare.
IL COLMO DELL'ANTIAMERICANISMO Nelle settimane scorse si è giunti al massimo dell'ipocrisia. Il TLC tra Stati Uniti e Colombia ha messo fuori mercato la soia boliviana in Colombia. Nessuno se n'è preoccupato, ma migliaia di contadini poveri sarebbero stati ridotti all'inedia. Tra l'altro, ma è incidentale, la soia statunitense è transgenica, quella boliviana no. Pochi giorni dopo, un accordo firmato nell'ambito dell'ALBA -l'associazione tra Bolivia, Venezuela e Cuba- ha letteralmente salvato la vita ai produttori di soia boliviana, offendo uno sbocco ai loro prodotti a prezzi equi sui mercati dei paesi associati. Ebbene sulla stampa europea è stato definito un accordo "antiamericano". Ovviamente, se qualcuno avesse definito il TLC tra Stati Uniti e Colombia come "antiboliviano", sarebbe stato ridicolizzato. Non avviene il contrario e autorevoli commentatori possono definire come "antiamericana" l'ALBA. E' che tutto gira sempre intorno all'occidente e il commercio Sud-Sud è visto sempre con sospetto. Per non essere stigmatizzati come "antiamericani" dal Buruma di turno, che si vanta di essere esperto di diritti umani, ma da questi omette il diritto ad alimentarsi, i produttori di soia boliviani avrebbero dovuto lasciarsi morire di fame. Questo è il livello interpretativo su quello che succede in America Latina. Sempre più scadente, sempre più fazioso.
Fateci caso: finché la rivoluzione cubana è stata filosovietica si poteva essere pro o contro. Da quando l'URSS non c'è più, si può essere solo contro. Perché Cuba interessava agli europei solo all’interno del dibattito politico interno. Oggi, nessun dibattito su Cuba è possibile, e il solo voler discutere di Cuba ti fa bollare di castrismo impenitente. E oggi, la sopravvivenza e la fine dell'isolamento di Cuba, diventano per l'intellettualità ed i media europei innanzitutto inspiegabili.
In un contesto diverso abbiamo visto le stesse idiosincrasie eurocentriche rispetto ai fori sociali. Quando è stato chiaro che fossero i movimenti del terzo mondo a fare da guida e ad esprimere la forza e le idee originali e non fossero invece quelli europei (che esprimevano idee balzane come la Tobin Tax, della quale si è riso amaramente dal Pakistan alla Patagonia) a essere l'avanguardia del movimento, in Europa c'è stato immediatamente il riflusso. Un europeo, per quanto progressista e di buon cuore, difficilmente accetta di ricevere e non dispensare consigli.
Tornando a Buruma, questi insinua il dubbio che essendo impossibile appoggiare Chávez ed essere contemporaneamente onesti, alcuni intellettuali -fa una vera lista nera- sarebbero corrotti da opportuni inviti e viaggi pagati. Sarebbe fin troppo facile obiettare che un invito, una consulenza, una serie di conferenze, una cattedra, delle rubriche su prestigiosi media liberali strapagate migliaia di dollari per stare nel coro della messa cantata neoliberale, non scandalizzano per nulla Buruma. Basta guardare il curriculum dello stesso. E' noto che un grandissimo intellettuale di sinistra messicano, fin'allora fustigatore indefesso del neoliberismo, moderò i suoi toni fino a zittire quando gli fu offerta una rubrichina fissa per un settimanale patinato femminile al prezzo, totalmente fuori mercato e sicuramente non pagato dal settimanale, di 5.000 dollari la settimana. E' il libero mercato, no?
Consiglio, solo per cominciare a rendersi edotti sull'argomento, l'importante saggio di Francis Stonor Saunders, La guerra fredda culturale. La CIA e il mondo delle lettere e delle arti, Fazi, 2004, per capire come va il mondo almeno dalla fine della seconda guerra mondiale. Collaborazioni, comparsate, rubriche strapagate, anticipi milionari per libri che poi venderanno poche copie, ma creeranno il "guru liberale" o il "chicago boy" o il "prestigioso intellettuale". Questo ovviamente non scandalizza Ian Buruma, che di questa trafila di prebende è egli stesso gran beneficiario. E' normale che chi tiene il turibolo alla classe dirigente del pianeta sia da questa ricompensato e cooptato. E’ invece preoccupatissimo per il fatto che l’intellettuale britannico Tariq Alì sia stato nominato consulente di Telesur, la televisione pubblica multistatale latinoamericana. Chávez, il terzomondista ricco, spariglia scandalosamente i giochi. Secondo Buruma il compenso –eventuale- della consulenza di Tariq Alì dimostra che Chávez sia un corruttore di coscienze, ma non nomina i suoi ricchi cachet come conferenziere o consulente o editorialista liberale che invece sono guadagnati onestamente. Patetico.
IL DEMONIO CHAVEZ Lo strepitare antichavista di questi giorni è ciclico. Infatti ogni volta che il presidente Chávez viene in Italia viene accolto meglio, con più rispetto e considerazione. Chávez vuole inserire il Venezuela e l'America Latina nel mercato mondiale in maniera equa, cosa impensabile per chi ha rapinato il continente per decenni spacciando tale rapina per libero mercato. Anche il brasiliano Lula vuole la stessa cosa, e lo stesso vuole l'argentino Kirchner. La loro relazione è totalmente sinergica, ma si preferisce raccontarli l'un contro l'altro armati anche se, nel solo 2005, ci sono stati ben 42 vertici a due o a tre. Tutti vogliono un'equa inserzione dei loro paesi nel mercato capitalista e ad alcune penne questo inquieta. Ci sono capitalisti che vogliono continuare a rapinare, tra questi c'è l'ENI, e capitalisti che vogliono fare affari. Questi ultimi fanno la fila per firmare contratti in Venezuela, un paese che sta costruendo migliaia di ospedali, scuole, autostrade, ferrovie, metropolitane.
Perfino la visita in Vaticano con Benedetto XVI è andata bene per il governo bolivariano. Per confutare tale dato di fatto, sempre il Corriere di un paio di giorni fa, ha riesumato quel gran democratico del cardinal Castillo Lara di Caracas, un reazionario della più bell’acqua che non ebbe alcun dubbio nel benedire il colpo di stato dell’11 d’aprile 2002 e che adesso dice papale papale che Ratzinger si sarebbe dovuto rifiutare di ricevere il demonio Chávez. Ovviamente l'opinione di un vecchio cardinale ultrareazionario e con le mani sporche di sangue, se serve a denigrare Chávez, può essere fatta prevalere sul Corsera perfino su quella di Ratzinger che lo riceve normalmente.
L’articolo di Buruma è l’ennesima occasione per mettere Chávez nella stessa barca con Mao (sic!) e l’immancabile Ahmadinejad, per considerarlo null’altro che un burattino di Fidel Castro, e paragonarlo al povero Perón, del quale si continuano a 32 anni dalla morte a scrivere falsità. Nella stampa europea, il povero Perón viene SEMPRE stigmatizzato come “dittatore argentino”. Giova ricordare che dittatore non fu mai, governò sempre in democrazia ed anzi fu fatto cadere dal colpo di stato fondomonetarista del 1955. E' facile approfittare della cattiva memoria dell'opinione pubblica.
IL RITORNO DI PERON Giova ricordare che tutti i dittatori argentini, quelli sì dittatori nei decenni più tristi della storia del paese, furono tutti ferventi amici della Casa Bianca e furono innanzitutto antiperonisti. O meglio furono amici della Casa Bianca innanzitutto perché antiperonisti, mentre nel paese il popolo argentino scriveva la storia dei 18 anni di resistenza che permise il ritorno del vecchio (e a quel punto reazionario, ma non dittatore) Perón.
Un paio d’anni fa, Furio Colombo, da direttore dell’Unità, arrivò a scrivere testualmente -in un editoriale in prima pagina- che Perón fosse stato un dittatore clericale. Non era né dittatore né clericale. Al contrario, i peronisti –che erano mezzi anarchici- bruciavano le chiese e la chiesa cattolica argentina fu sempre la prima nemica del peronismo, tanto da celebrare il colpo di stato antiperonista e da benedire quei militari che torturavano e assassinavano i peronisti, tra i quali sì, si trovavano molti cattolici di base e centinaia di sacerdoti del “movimento per il terzo mondo”. Siamo abituati a pensare che la damnatio memoriae, in epoca contemporanea, sia stata un'esclusiva del più bieco stalinismo sovietico e invece la scopriamo appartenere al mondo liberal dei Buruma e dei Furio Colombo. Basta avere memoria.
Buruma, nel suo crescendo antichavista, arriva all'iperbole di scrivere che i famigerati "intellettuali europei", pur di schierarsi contro gli Stati Uniti, siano pronti a tessere le lodi del dittatore nordcoreano Kim Jong Il. Ma quando mai! Ma dove li ha visti? E' in grado Buruma di elencare qualche nome? A Buruma tutto fa brodo: chi critica gli Stati Uniti allora è dalla parte di Kim Jong Il... e di Chávez. Sono argomenti così stantii –chi non ricorda che chi era contro la guerra era amico di Saddam Hussein?- che sorprende che il Corriere della Sera giustizi centinaia di alberi per dedicare una pagina a tali banalità.
E IL CARACAZO? Forse per captare la benevolenza del lettore, Buruma tenta un iperbolico paragone tra Chávez e Berlusconi, anche se ovviamente salva il secondo per stigmatizzare il primo. Va avanti per una paginata intera con tutti i luoghi comuni antichavisti senza mai neanche per sbaglio ammettere che la democrazia venezuelana fosse solo un simulacro quando apparve Chávez. Ricorda il tentativo di colpo di stato del trentenne Chávez del 1992, ma gliene sfugge l'essenza. Chávez e i suoi erano i militari che tre anni prima si erano sottratti alla furibonda repressione del popolo -il Caracazo- che fece migliaia di morti. Chávez si rivolta perché l'esercito fu usato dal bipartitismo liberale contro il popolo. Chávez e i suoi erano i militari che si erano rifiutati di sparare sulla gente affamata di Caracas. Colpa grave per Buruma ed i suoi, per i quali quelle migliaia di morti non contano nulla. Il fatto che proprio da quell'episodio così cruento germinasse il nuovo Venezuela bolivariano nel quale mai più l'esercito è stato usato per massacrare il popolo, lo lascia indifferente.
E IL COLPO DI STATO? Buruma non sa, o fa finta di non sapere, che in Venezuela l’11 aprile 2002 andò in onda il primo colpo di stato della storia condotto dalla televisione, tutta nelle mani dell’opposizione. Non sa che anche dopo la riforma chavista del 2004 del sistema radiotelevisivo venezuelano questo resta all'80% in mano dell'opposizione. Eppure Buruma è terrorizzato da una censura inesistente. Si lamenta Buruma della riforma della corte suprema in Venezuela? Fa finta di non ricordare che la corte suprema è stata l'unico organo nel paese e nel mondo a sostenere che in Venezuela non ci fu un colpo di stato l'11 aprile del 2002.
Povero Aznar, povero FMI, povero Bush; riconobbero un governo golpista di un golpe mai esistito. Non ricorda Buruma, che mette al terzo posto tra i cattivoni latinoamericani l'argentino Nestor Kirchner, che anche questo ha riformato la corte suprema in Argentina dopo che questa era rimasto l'ultimo inattaccabile bunker del menemismo che teneva in ostaggio la giustizia in un paese di 37 milioni di abitanti?
IL NODO DEL PRESIDENZIALISMO Su di un punto ha ragione Ian Buruma. I presidenti del continente americano hanno troppo potere. Ovviamente Buruma teme il potere dei presidenti sudamericani mentre è più accondiscendente con quello ancora più grande dei nordamericani, ma ha ragione. Eppure Buruma dovrebbe sapere perché in tutto il continente americano furono imposti modelli presidenzialisti laddove in Europa non ne esiste neanche uno. Il sistema presidenziale supplisce monocraticamente alla difettosità della rappresentanza da parte dei diversi soggetti della società civile, che molto meglio sintetizzano le democrazie parlamentari europee.
Ma da quando il vecchio James Monroe stabilì che il continente intero fosse il cortile di casa degli Stati Uniti, nessuna democrazia si è potuta mai sviluppare in maniera armonica fino a darsi un'altra forma più matura, quella parlamentare che rappresentasse le diverse istanze della società. Ma il presidenzialismo latinoamericano è stato sempre funzionale al mantenimento al potere delle oligarchie conservatrici, e dei potentati economici sempre alleati degli Stati Uniti.
Ogni volta che la società civile latinoamericana ha avuto la forza di cercare equilibri più avanzati, è stata castigata dalle oligarchie appoggiate dagli Stati Uniti. Un sistema presidenziale è semplice ed efficace da controllare: il presidente può essere amico o nemico e se è nemico può essere boicottato, denigrato, schernito, gli si può organizzare contro un colpo di stato.
La sinistra latinoamericana, tra i molti deficit storici, ha sempre avuto quello di non mettere al centro dei propri programmi la riforma in senso democratico dello stato, facilmente identificabile con l'abbandono del presidenzialismo. Sforzo titanico: i governi popolari, presenti e passati arrivano al governo sulla base di istanze storiche, di fami ataviche e di ingiustizie da sanare. E' purtroppo impensabile che un presidente progressista arrivi al governo e come primo atto limiti il proprio potere in favore di migliore e maggiore rappresentanza. Eppure le cose stanno cambiando anche in questo senso.
Proprio la costituzione partecipativa che si è data la Repubblica Bolivariana del Venezuela rappresenta il più avanzato modello di democratizzazione della partecipazione politica nella storia del continente. Lo seguirà a breve il processo costituente boliviano già convocato. E' una primavera dei popoli e dell'allargamento della rappresentanza quello che sta vivendo l'America Latina. E' un cammino lungo e difficile, ma è in corso.
Il Buruma di turno è scandalizzato dai processi elettorali venezuelani. Ma è scandalizzato perché vince Chávez e non quell'opposizione che si autodenomina "alta società civile". Fa finta di non conoscere che l'indice IDE delle Nazioni Unite, che parametra il diritto di voto, la trasparenza e la libertà di voto e la varietà e sostenibilità degli incarichi elettivi, attribuisce alle elezioni in Venezuela un indice di 0,99 su 1.00 che è il massimo. Per fare un paragone calzante il Cile, identificato come il modello dei modelli positivi da Buruma, ha un indice di appena 0,75 e il sistema elettorale pinochetista, che la democrazia liberale si guarda bene dal cambiare, è uno dei meno democratici al mondo. Ovvero le elezioni che hanno eletto la beniamina dei liberali Michelle Bachelet sono molto più preoccupanti per le Nazioni Unite rispetto a quelle che hanno eletto in questi anni Hugo Chávez. Ci vogliamo domandare seriamente perché di questo non si parla?
Gennaro Carotenuto http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/storico.asp

17.5.06

La Rivoluzione arancione


L'Ucraina di Lushenko sta attraversando una lunga crisi iniziata lo scorso anno dopo che alcuni organi di stampa avevano denunciato corruzione e soprusi. In quell'occasione scrissi queste ironiche e tristi considerazioni

La rivoluzione arancione
Ricordate la rivoluzione arancione? Magari ve la siete già dimenticata! E magari vi ricordate ancora di quella cubana. Vi ricordate di Ernesto “Che” Guevara, Camilo Cinfuegos e di quel dittatore comunista di Fidel Castro e vi siete già scordati di Lushenko?
Allora vi rinfresco la memoria. In Ucraina, malgrado il crollo del comunismo e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, governava ancora un Presidente che voleva garantire a tutti i cittadini dei diritti minimi quali la casa, la scuola, la sanità, ecc. ostacolando lo sviluppo del capitalismo a la possibilità ai cittadini di arricchirsi , di avere delle lussuose villa con piscina al posto di una, magari carina, ma semplice casa, college all’americana dove far studiare i propri figli al posto della scuola statale, favolose cliniche private al posto della sanità pubblica, Mercedes, Porshe e Ferrari al posto del trasporto pubblico.
Bene, questo Presidente ha vinto le elezioni malgrado i sostanziosi aiuti delle democrazie occidentali a sostegno del democratico Lushenko. Per fortuna che gli ucraini non sono mica scemi! Dopo avere votato per il vecchio Presidente, alcune decine di loro, ripresi da tutti i media occidentali, sono scesi in piazza a protestare, Lushenko ha tenuto dei memorabili comizi che gli hanno insegnato in occidente e che al confronto i discorsi del Che, Fidel e Camilo all’Avana liberata fanno ridere, e quasi per miracolo, qui ci deve essere la mano divina, sono apparse bandiere arancione e tutti i vari gadged che nei paesi democratici non possono mancare. Tutti ovviamente di colore arancione, perché questo è il colore che ha sempre accompagnato le grandi rivolte popolari contro i tiranni e gli sfruttatori. Altro che quegli stracci rossi….
Alla fine “grazie a Dio” anche in Ucraina la democrazia ha trionfato! Il Presidente eletto è stato estromesso, Lushenko ha indetto “libere elezioni” e la stampa “libera” questa volta è stata finanziata con maggiori capitali provenienti dai Paesi democratici. E gli stupidi ucraini che avevano eletto il vecchio Presidente, istruiti dalla “libera informazione”, sono diventati intelligenti e hanno eletto Lushenko.
Da quel giorno in Ucraina è iniziato un futuro di prosperità, molto simile a quello italiano dopo l’avvento del governo Berlusconi…. Infatti il figlio ventenne di Luscenko, secondo la stampa, possiede un’auto da 250 000 dollari, un telefonino satellitare da 5 000 dollari, cena tutte le sere nei migliori ristoranti e sicuramente, tra cene, telefonate, spostamenti in auto, ecc., quando ha tempo frequenterà qualche moderno college.
Ieri il neo Presidente democratico ha parlato in televisione. Un grande discorso che ha rassicurato il popolo ucraino. Il loro meraviglioso futuro non sarà messo in pericolo da un branco di giornalisti killer!!!
Magari a costo di rinunciare a qualche privilegio come casa, scuola, sanità, ecc. l’avvenire dell’Ucraina sarà assicurato dal capitalismo e dal capo della rivoluzione arancione….

Elio Bonomi
14 Agosto 2005

16.5.06

HABANA LIBRE

Questa foto è del 1999 mentre passeggio in Calle Obispo all'Avana, città affascinante che amo profondamente e che spero di frequentare molto di più in futuro. Pochi ci crederanno ma all'Avana si respira ARIA DI LIBERTA' malgrado quello che scrivono quasi tutti i nostri "liberi" giornalisti lautamente stipendiati dai loro padroni. E ovviamente molti di loro l'Avana non l'hanno mai vista o al massimo sono transitati all'aereoporto....

12.5.06

La Chiesa e la democrazia


Pubblico la relazione di Roberto Scarpinato procuratore aggiunto di Palermo, intervenuto al Convegno di Roma- 24- 26 febbraio 2006- sul tema: legalità, questione morale, cultura e giustizia: il ruolo del cattolicesimo italiano , promosso da Adista, Libera, Micromega, Narcomafie, Segno. Su Adista n. 26, 1 aprile 2006.

Il dio dei mafiosi e dei dittatori
Affronterò i temi oggetto del dibattito a partire da una breve nota autobiografica.
Sino all'età di quarant'anni circa, il mio rapporto con la religione ed il cattolicesimo è stato quello tipico dell'italiano medio, cioè assolutamente non proble­matico. In Italia, tranne poche minoranze, si è cattolici non per scelta ma per destino culturale. Si nasce e si muore senza interrogarsi quasi mai sui temi della religione. Si attraversa un'esistenza scandita dal suc­cedersi di riti - battesimi, matrimoni, comunioni, funerali - dei quali si è smarrito il senso. Riti che in fondo sembrano servire a tenerci compagnia, a non sentirci soli nella vita.
Ho preso a riflettere su questi temi quando, ap­punto verso i quarant'anni, ho iniziato a frequentare per motivi professionali gli assassini. Quando a volte mi chiedono: "chi frequenti"? lo sono solito rispon­dere: "frequento assassini e complici di assassini". Perché in realtà in questi ultimi quindici anni è stato molto di più il tempo che ho trascorso con loro, a interrogarli nelle carceri, a leggere le loro dichiarazioni, ad ascoltare le intercettazioni delle loro conversazioni, che il tempo che ho passato con i miei familiari e con le persone normali.
Frequentare gli assassini per me è stato illuminante, perché è stato come frequentare a lungo la morte, lo scandalo della morte. Mors magistra vitae: entrare in confidenza con la morte a volte ti consente di entrare in confidenza con alcuni segreti della vita.
Questa premessa è finalizzata a spiegare come e perché io abbia iniziato a riflettere su Dio, sulla fede, sull'etica cattolica, sul ruolo della Chiesa in Italia. Non per un innamoramento intellettuale, ma direi quasi costretto dalla dura realtà con la quale devo misurarmi ogni giorno, una realtà che quasi ti afferra per il bavero e ti costringe a porti delle domande e a darti delle risposte.
La prima volta che nella mia lunga frequentazione degli assassini mi accadde di dovermi confrontare col problema di Dio fu in occasione dell'interrogatorio di un collaboratore. Si chiamava Francesco Marino Mannoia, era un trafficante internazionale di droga, un killer specializzato. Un mese dopo che aveva iniziato a collaborare con la giustizia, nell'ottobre dell'89, la ma­fia per ritorsione gli assassinò contemporaneamente la madre, la sorella e la zia. Mi trovai a interrogarlo qual­che giorno dopo. Era distratto. A un certo punto mi disse: "signor giudice, mia madre, mia sorella, mia zia non vengono più ad abitare i miei sogni. Non si fanno sognare da me. E io so perché: Dio mi punisce. Mi punisce perché io ho tradito".
Il caso volle che qualche tempo dopo mi trovai a interrogare un altro mafioso, divenuto pure collabo­ratore, che era stato uno dei componenti del com­mando che aveva partecipato all' omicidio della madre, della sorella e della zia di Marino Mannoia. Era un giovane distinto, componente del gruppo di fuoco ai diretti comandi della cupola di Cosa nostra. Questo ragazzo mi disse che lui aveva ricevuto un' educazione cattolica e che tutti i giorni, sin da quando era bam­bino, la sera diceva le preghiere. E recitava le preghiere anche quando tornava a casa dopo avere eseguito degli omicidi.
La cosa cominciava a complicarsi. Ma una spie­gazione mi sembrò arrivare da un altro mafioso, si chiamava Mutolo, anche lui trafficante di droga, anche lui con una cinquantina di omicidi sulle spalle. Una volta andai a interrogarlo con la mia segretaria. E lui aveva un atteggiamento diverso. Poco prima di iniziare il racconto dell'esecuzione dell'omicidio si rivolgeva alla mia segretaria e esordiva: "chiedo scusa, si­gnora.. .", dopodiché raccontava. Quando fini questo interrogatorio, io stavo riordinando le mie carte, lui d'improvviso si rivolse alla mia segretaria e le disse: "signora, mi dica una cosa, ma se lo Stato italiano entrasse in guerra con uno Stato straniero, ad esempio la Jugoslavia, e un soldato italiano uccidesse cento, mille nemici, lei lo considererebbe un assassino, o un eroe di guerra?". La mia segretaria rimase perplessa, lui non le diede neanche il tempo di rispondere perché aggiunse: "ecco, vede? lo mi sentivo come il soldato di uno Stato. Non mi interessava affatto il giudizio del popolo italiano. Come a un italiano che è in guerra con la Jugoslavia non interessa il giudizio del popolo jugoslavo. A me interessava il giudizio del mio popolo, e io mi sentivo in pace con la mia coscienza e con Dio".
Potrei citare tanti casi analoghi, che sono noti alla stampa, come quello di un famoso capomafia, Aglieri, che durante la latitanza riceveva un frate che celebrava messa; così come potrei raccontare le tante esperienze di perquisizioni, eseguite subito dopo arresti di latitanti e la mia sorpresa nel vedere queste abitazioni le cui pareti erano quasi tappezzate da immagini religiose.
La questione per me si complica ulteriormente quando comincia la stagione degli assassini con il colletto bianco. Mi riferisco alla mafia borghese, alla mafia bianca. Cioè quelli che non sparano in prima persona, ma che proteggono gli assassini, li aiutano a evitare le condanne, fanno con loro affari lucrosi, e a volte chiedono agli specialisti della violenza materiale di eliminare qualche ostacolo che si trova lungo la stra­da e che non può essere eliminato per vie incruente. Il loro motto è: "Dio sa che sono loro che vogliono farsi ammazzare". Mi è capitato di sentirlo più volte nel corso delle intercettazioni. E così mi accadde di cono­scere anche questi sepolcri imbiancati, questi esponenti della borghesia mafiosa.
Ricordo uno dei più rinomati medici di Palermo, che diventò collaboratore e confessò di essere un capomafia. Lui frequentava la Chiesa e mi raccontava che suo zio, che pure era un capomafia, si recava a pregare sulle tombe di coloro che "era stato costretto ad abbattere".
E poi venne la stagione degli uomini politici. Uo­mini politici potenti, importantissimi, anche di rilievo nazionale. E quale la sorpresa nel dovere constatare che questi uomini politici che avevano l'abitudine di recarsi ogni mattina a messa, negli intervalli di tempo partecipavano a summit con capimafia in occasione dei quali si decideva l'omicidio di altri uomini politici!
A questo punto sono stato costretto a pormi una domanda: ma come è possibile che carnefici e vittime preghino lo stesso Dio e che ciascuno di loro sia in pace con sé stesso? Ma poi ho chiesto a me stesso: ma di che cosa mi sto meravigliando?
A volte le cose sono davanti al nostro sguardo, ma noi siamo ciechi e non abbiamo occhi per vederle. Il mondo è pieno di assassini, ben più feroci di quelli da me conosciuti nella mia esperienza palermitana, che credono in Dio, sono cattolici praticanti, sono in pace con sé stessi e che muoiono nel proprio letto, convinti di avere bene operato, confermati in tale convinzione da preti e vescovi che mai li hanno criticati in vita e li hanno benedetti in morte.
Basterà qualche esempio: che dire del dittatore Pinochet, il quale ha sempre dichiarato di essere un buon cattolico, di essere in pace con sé stesso e con Dio, e di aver operato per il bene della patria? E che dire dei generali argentini, che condannarono a morte migliaia e migliaia di giovani? Nel corso di alcuni processi alcuni di questi militari per esibire la loro patente di cattolicità raccontarono come loro avessero seguito le indicazioni del clero. E i giudici chiesero: in che senso? E i militari spiegarono: uno dei modi che veniva praticato per uccidere i dissidenti, per esempio i giovani che venivano prelevati all'uscita dalla scuola, era il cosiddetto vuelo. Si prendevano questi giovani, si caricavano su un aereo e poi si buttavano giù nell'Atlantico. Ma alcuni lati prelati ci dissero - ag­giunsero gli stessi militari - che questo era anticristiano, non si potevano buttare giù queste persone così. Ci consigliarono di narcotizzarle, e noi le narcotizzammo.
Ma attenzione, il problema dei dittatori latino­americani non può essere minimizzato, ridimensiona­ndolo alla follia morale di alcune persone particolar­mente efferate. Perché la storia insegna che le giunte militari argentine, brasiliane e cilene furono il braccio armato di borghesie latino americane che non hanno esitato a fare ricorso al genocidio di massa per di­fendere il sistema di privilegi che veniva messo in pericolo dalle rivendicazioni popolari. Borghesie di milioni di cattolici, praticanti, che ancora oggi consi­derano Pinochet, Videla e gli altri militari degli eroi della Patria: per questo motivo non è stato possibile processarli prima ed è difficile processarli oggi, perché processare loro è come processare un'intera parte della società latino americana.
Dunque, ritornando alle mie ben più modeste frequentazioni con gli assassini, di che cosa mi me­ravigliavo?!
Il quesito iniziale, ovvero com'è possibile che vit­time e carnefici preghino lo stesso Dio e siano in pace con se stessi, non riguardava più soltanto Palermo e la realtà mafiosa, ma si dilatava nello spazio e nel tempo diventando universale. Ed è un quesito che almeno per me esigeva una risposta.

Il politeismo occulto della Chiesa e l'elemosina della corruzione
La risposta che ho tentato di darmi è questa: in realtà vittime e carnefici non pregano lo stesso Dio. Pregano un Dio diverso.
Questo miracolo della moltiplicazione di Dio, della coesistenza di più Dio nella stessa Chiesa, avviene grazie al fatto che nella Chiesa Cattolica il rapporto tra Dio e il fedele è gestito da un mediatore culturale: un sacerdote, un prelato. Ogni strato sociale, ogni seg­mento della società, ogni tribù sociale esprime dal proprio interno culturale, sociale, il proprio mediatore culturale con Dio, che dunque è portatore della stessa cultura, della stessa visione della vita dell'ambiente che lo ha espresso.
Esiste così un Dio dei potenti, e un Dio degli impotenti. Un Dio dei mafiosi, e un Dio degli an­timafiosi. Un Dio dei dittatori, e un Dio degli oppressi. Così in America Latina esistono prelati che siedono alla stessa mensa di dittatori genocidi e ne condividono le scelte, e quelli invece che stanno dalla parte degli oppressi, come monsignor Romero, e che si sono fatti ammazzare per tutelare le ragioni degli oppressi.
E in Sicilia c'è un padre Puglisi, ci sono sacerdoti come Nino Fasullo, pochi devo dire, e ci sono sa­cerdoti che invece condividono la cultura mafiosa, che celebrano messa in chiese affollate dal popolo di mafia e dalla borghesia mafiosa.
E poi ci sono i sacerdoti della cosiddetta palude, cioè quelli che non stanno né dalla parte della mafia, né dalla parte dell'antimafia, né con la destra, né con la sinistra, né col centro, ma che stanno solo dalla propria parte.
Ciascuno sceglie liberamente la propria Chiesa e il proprio Dio. Molto democraticamente.
Ci troviamo dinanzi ad un politeismo segreto ed occulto. Questo politeismo è segreto per l'occhio del mondo, ma è conosciuto dalle gerarchie ecclesiastiche che, tranne qualche eccezione, evitano accuratamente di scegliere e lasciano che i vari Dio convivano l'uno accanto all'altro.
A volte mi viene in mente la metafora del banco del casinò, che non perde mai perché punta su tutti i numeri: sul rosso e sul nero, e anche sullo zero. Que­sto non scegliere è possibile anche perché tranne poche eccezioni la predicazione evangelica ha un taglio generalista che consente a chiunque un approccio non problematico.
La predicazione nelle chiese, tranne delle eccezioni, è incentrata sul valore della famiglia, sulla morale sessuale, e su generici appelli alla solidarietà, all'amore per il prossimo, alla cosiddetta etica dell'intenzione, e a una carità comoda perché si traduce nella cultura del­l'elemosina. Così la signora bene della borghesia ma­fio sa, paramafiosa ed affarista, che con i soldi delle tangenti del marito compra borse griffate Vuitton a tremila euro l'una - mentre ottocento metri più sotto, nei quartieri popolari degradati c'è gente che non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena - si sente tanto buona perché regala vestiti dismessi griffati, pro­babilmente per fare posto ad altri acquisti, perché la sera organizza le serate della Croce rossa per racco­gliere fondi, e perché ha adottato dei bambini all'estero versando 50 euro. La stessa signora non si sente as­solutamente in colpa poi se non versa i contributi per la collaboratrice domestica.
I mariti, che evadono il fisco, che fanno soldi con la corruzione e con mille altri metodi illeciti, approprian­dosi a man bassa di soldi pubblici destinati agli ospe­dali, alle scuole, destinati a strappare a un destino di mafia migliaia di persone, ascoltano le omelie dome­nicali che predicano l'amore per il prossimo con serena coscienza, compiacendosi della propria bontà per avere staccato un assegno di ventimila euro per la parrocchia, additati dal prete celebrante ai fedeli come esempio di buona cristianità.
Poiché la realtà supera sempre l'immaginazione, vorrei raccontare un episodio emerso nel corso di un processo durante tangentopoli.
Un famoso uomo politico, già Ministro della Prima Repubblica, deve operarsi per un grave problema cardiaco: deve recarsi negli Stati Uniti e non si sa se questa operazione molto difficile andrà bene o male. Quindi fa un voto alla Madonna: se l'operazione andrà bene regalerà alla parrocchia cento milioni di vecchie lire. L'operazione va bene. Il politico ritorna, chiama un imprenditore e gli dice che deve dare cento milioni alla parrocchia. L'imprenditore obietta: "ma perché glieli devo dare io?". "Scusa - replica il politico - tu mi devi dare cento milioni di tangente? Invece di darli a me, li dai alla parrocchia, perché ho fatto un voto". L'elemosina finanziata con i soldi della corruzione, da buon cattolico.
La cultura dell'elemosina non costa nulla! E per­petua le catene della schiavitù economica e della sottomissione ai potenti. La cultura dell'elemosina lascia le cose come stanno, si traduce in una acquie­scenza all'esistente, in una complicità con l'ingiustizia sociale.
La cultura dei diritti e della legalità invece è sco­moda, perché costringe a prendere
concretamente posizione dinanzi ai potenti della Terra, quelli che occupano i vertici della piramide sociale, e che sono responsabili della ingiustizia sociale, della povertà e del degrado metropolitano, un moloch che costringe milioni di persone a sopravvivere in quartieri dormitorio che sono delle vere e proprie discariche sociali e dove a volte l'economia dell'illegalità (il contrabbando di tabacchi, la prostituzione, lo spaccio di stupefacenti) diventa un'economia della sussistenza.
Tantissimi trascorrono la propria esistenza in un continuo pendolarismo tra queste discariche sociali a cielo aperto e le carceri, altre discariche sociali al chiuso, assolutamente inumane ed anticristiane perché i detenuti sono costretti a vivere in celle sovraffollate, destinate a tre o quattro persone e dove si è invece costretti a stiparsi a volte anche in dodici, in condi­zioni di assoluta promiscuità.
Quali sono state, tranne poche eccezioni, le risposte delle gerarchie ecclesiastiche a tutto ciò? Silenzio dinanzi alla corruzione sistemica, grave peccato contro la solidarietà sociale. Silenzio dinanzi alla borghesia mafiosa e paramafiosa. Silenzio dinanzi all'illegalità di massa delle classi dirigenti che genera l'illegalità di massa delle classi popolari. Generici appelli ad una solidarietà che si traduce in una elemosina praticata con entusiasmo da queste stesse classi dirigenti: col denaro pubblico.
Chiesa e democrazia: due relativismi di segno opposto
Questo segreto ed occulto politeismo della Chiesa Cattolica produce a mio avviso un altro fenomeno segreto: il relativismo etico della Chiesa Cattolica. L'ac­cusa che in questi tempi viene rivolta alla cultura laica è quella di una deriva relativistica dei valori. E qui bisogna chiarire. La democrazia si fonda sulla libertà di coscienza di tutti i cittadini. E su questo si basa la sua superiorità rispetto ad altri regimi politici. La libertà di coscienza determina il pluralismo culturale e il plu­ralismo dei valori. Il relativismo dei valori quindi non significa nichilismo, disprezzo per i valori, ma al contrario il rispetto per i valori degli altri. Le istituzioni pubbliche sono il luogo nel quale i diversi relativismi si confrontano in modo trasparente. Per decidere quale relativismo deve prevalere su un altro, si adotta il principio della maggioranza. Ma per evitare che il principio della maggioranza si trasformi nella dittatura della maggioranza, e che quindi il relativismo della maggioranza diventi assolutismo, lo Stato democratico dei diritti prevede il frazionamento dei poteri, il loro reciproco bilanciamento e una serie di garanzie per le minoranze. La democrazia può essere quindi orgo­gliosa del proprio relativismo. Il relativismo della Chie­sa Cattolica invece a mio parere è occulto ed è tenuto segreto. Ed infatti mentre da un lato i vertici ecclesia­stici rivendicano di essere depositari di una verità senza se e senza ma (nel campo di un'etica che si incentra oggi come ieri soprattutto sul terreno della gestione della sessualità, e su temi quali l'aborto, la feconda­zione assistita, la contraccezione), e proprio sulla base di questa verità assoluta tentano di condizionare la legislazione statale, dall'altro lato, nelle chiese e nelle parrocchie di tutto il mondo Dio, la verità e l'etica cattolica si relativizzano, quasi balcanizzandosi. Perché sui temi che riguardano la quotidiana fatica del vivere, il dolore del vivere causato dalla prepotenza e dalle ingiustizie sociali, a ciascuno è dato di scegliere il pro­prio Dio, e quindi la propria etica. Questo relativismo etico produce a mio parere una vera e propria scri­stianizzazione, una diserzione del cristianesimo. In tan­te, in troppe chiese, per milioni di fedeli, Dio parla per bocca di preti che frequentano senza problemi i salotti della borghesia corrotta e di quella mafiosa o le stanze del potere dei dittatori, e che riducono Dio a guardiano dei comportamenti da tenersi in camera da letto.
Perché meravigliarsi dunque se nel corso del maxi processo, durante un confronto il capo di Cosa nostra, Salvatore Riina, rivolgendosi a Buscetta l'accusò di essere immorale, perché Buscetta era un fimminaro che frequentava le donne. Riina era sincero, perché per lui la morale era la morale sessuale, tout court. E perché meravigliarsi, se nel corso di un'intercettazione mi è capitato di ascoltare un dialogo di questo genere: un mafioso che si reca precipitosamente a casa della mo­glie di un capomafia latitante e le comunica la propria preoccupazione perché tizio, pure mafioso, è entrato in una profonda crisi interiore e c'è pericolo che colla­bori. Commento della moglie del mafioso: "se lui si deve pentire, si deve pentire dinanzi a Dio, e non dinanzi agli uomini, rovinando cosi dei padri di fa­miglia". Ecco l'etica dell'intenzione, la dissociazione fra la morale del pulpito e la morale del confessionale.
Questo non scegliere, alla base del relativismo di molte gerarchie cattoliche - naturalmente ci sono sempre delle eccezioni illuminanti - non sempre è praticabile. A volte la realtà ha costretto le gerarchie cattoliche a scegliere. Ma la lezione della storia dimo­stra che non sempre questa scelta è stata a favore degli ultimi e degli oppressi, i quali sono stati abbandonati al loro destino. In occasione di un viaggio di lavoro a Buenos Aires, ho incontrato le cosiddette madri corag­gio che da tanti anni protestano sfilando in silenzio dinanzi ai palazzi del potere, per chiedere giustizia per i loro cari. Mi capitò poi di leggere su una rivista la lettera di una di queste madri. Era il tempo in cui la Spagna chiedeva l'estradizione di Pinochet per pro­cessarlo. Il Vaticano espresse la propria contrarietà. Ho conservato questa lettera, di cui voglio leggere un brano: "Lui, il Papa, che avrebbe dovuto alzare una parola quando c'era la violenza, la disperazione, la strage nelle nostre famiglie, lui che avrebbe dovuto generare tutta la reazione internazionale perché sapeva cosa stava accadendo, lui ha taciuto, abbandonandoci nelle mani degli assassini e dei torturatori. Solo noi sudamericani sappiamo bene che cosa è la curia argen­tina, cilena, sudamericana. Ed ora che dopo tanti tentativi, tante speranze, pensavamo che si cominciasse finalmente ad ottenere qualche risposta internazionale alla nostra storia, al nostro dolore, ancora intatto, lui, finalmente dopo tanto silenzio, parla. Ma parla per sottrarre alla giustizia il capo dei nostri assassini, per dire no ad una condanna per i delitti aberranti, terribili che ci porteremo addosso per tutta la vita".
È vero, in America Latina c'è stato anche monsi­gnor Romero il quale è stato ucciso perché difendeva le ragioni dei campesinos. Ma mi pare che le gerarchie cattoliche non abbiano scelto monsignor Romero, se è vero, come è vero, che tutta la teologia della libera­zione è stata messa a tacere. Che tutte le cattedre sono state chiuse, e se è vero come è vero che la beatifi­cazione di monsignor Romero è rimasta bloccata per sette anni, mentre altre procedono molto velocemente (il risultato è che dai venti ai quaranta milioni di latino americani hanno abbandonato la Chiesa cattolica).

Il populismo mediatico delle oligarchie
Ma chi decide queste ed altre scelte? O chi decide le non scelte? Forse il popolo cattolico? Certamente no. E qui veniamo al nodo cruciale del rapporto tra democrazia e Chiesa. Credo che siamo tutti d'accordo su un punto (me ne sono convinto ancor di più leggendo proprio le riviste cattoliche): chiusa la breve parentesi conciliare, si è assistito ad una rivincita delle burocrazie dei vertici vaticani. La storia postconciliare sembra riconnettersi con assoluta continuità alla storia preconciliare. Alcuni parlano del canto del cigno del cattolicesimo medioevale. Siamo ritornati alla restau­razione di una monarchia assoluta che concentra tutto il potere all'interno della Chiesa in un ristrettissimo vertice. Tra questo vertice e il popolo di base non esi­ste una vera corrente, una vera osmosi. Esiste una frattura fra questa realtà di base e i vertici, che sem­brano sempre più autoreferenziali.
Mi pare che all'interno della Chiesa Cattolica si stia vivendo una vicenda analoga e parallela a quella che travagli a la storia del potere della laicità. Cioè una ristrutturazione oligarchica e verticistica del potere ed una gestione mediatica delle masse. A questi vertici sembra che il rapporto reale con la base non interessi. Il rapporto con la base invece di nutrirsi di una cor­rente ascensionale, di un continuo dibattito, sembra essere gestito mediante i media. Un cattolicesimo sempre più ridotto a immagine mediatica, a mira­colismo, a sceneggiati televisivi sulla vita dei santi. Vari minuti di Vaticano ogni giorno in Tv: dovrebbe far riflettere che i media di regime, che hanno silenziato chiunque si sia rivelato scomodo per il potere, che hanno censurato l'informazione sui fatti, che ignorano completamente le esperienze di base del popolo cat­tolico, invece fanno da megafono ai vertici vaticani.
Mi viene in mente una frase che una volta lessi: il vero nemico del cristianesimo non è stato Diocleziano, è stato Costantino. Gesù è stato ucciso democra­ticamente dal potere politico e religioso. Il processo a Gesù è emblematico: il popolo sceglie Barabba. Il popolo gestito demagogicamente dal potere. Gesù viene ucciso fisicamente dal potere ecclesiastico e politico e poi viene ucciso culturalmente dal costantinismo che lo fa diventare instrumentum regni.

La scelta
E allora il problema è quello di spezzare questo rapporto perverso tra fede e potere. Spezzare questo rapporto significa restituire la voce di Dio e di Cristo agli uomini perché nel corso della storia lo spazio tra l'uomo e Dio è stato troppo a lungo sequestrato dal potere. Credo che ciò sia compito soprattutto dei credenti. E credo che i credenti per assolvere a questo compito debbano solo essere coerenti con l'insegna­mento di Cristo, recuperare l'insegnamento antipotere di Cristo. A me pare che il nocciolo del messaggio di Gesù sia proprio la sfida ai potenti, affinché prendano atto della loro complicità nella sofferenza degli uomini. Solo i poveri sono innocenti, disse, solo i miserabili sono senza peccato, solo chi non ha pane è senza colpa. E a proposito del dovere di scegliere, io credo che l'etica laica e l'etica cristiana coincidano. Sartre disse: l'etica consiste nello scegliere, noi siamo le nostre scelte. E Gesù nel Vangelo (Luca, 12, 51) dice: voi pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione. Quale divisione? La divisione di chi sceglie. E sceglie di stare dalla parte degli ultimi e degli oppressi. Una scelta che si traduce nella carità attiva, per la cultura dei diritti, per la liberazione dalle catene del bisogno, una scelta che condannò Gesù a morte e che sempre nel corso della storia ha condannato a morte chi ha osato schierarsi contro il potere. La lezione di Cristo dunque a me sembra esattamente opposta a quella curiale della non scelta o della scelta a favore del potere. A volte quando a Palermo mi capita di partecipare a cerimonie funebri, per commemorare le vittime di tanti omicidi mafiosi, mi guardo intorno e chiedo a me stesso: chissà quanti assassini, quanti sepolcri imbiancati ci sono qui, in questa Chiesa, accanto a me, in pace con sé stessi e con Dio. In quei momenti chiudo gli occhi; e mi piace immaginare che un giorno qualcuno scriva sulle facciate di tutte le chiese di Palermo la stessa frase che un grande vescovo brasiliano scrisse sulla facciata della sua cattedrale: il mondo si divide tra oppressori e oppressi.
Tu, cristiano, che stai per entrare, da che parte stai?

L'italia come l'Argentina?


Pubblico questa interessante riflessione di Maurizio Ceraudo sulle similitudini tra la situazione economica dell'Italia e quella dell'Argentina di Menem.

Le ultime polemiche politico-economiche suscitate dal Financial Times, obbligano ad una riflessione sul futuro della nostra economia, ma non solo. In breve il Financial Times teme che un governo “populista” possa far uscire la nazione da Eurolandia, con conseguente crollo del tasso di interesse da parte di banche e aziende finanziarie (la moneta varrebbe molto meno) ma soprattutto avverrebbe una fortissima svalutazione economica con la possibilità che lo Stato non riesca a pagare il debito pubblico. Questo quadro, drammatico, altro non è che la descrizione della situazione economica argentina all’alba del 2001. Effettivamente, le similitudini sono evidenti: l’Argentina dal 1998, sotto la guida di Menem, ha imposto una parità dollaro–peso con conseguente crollo del potere di acquisto, ma soprattutto ha condotto una serie di privatizzazioni a dir poco funamboliche (energia elettrica, trasporti pubblici e molto altro). Il resto è storia recente. Constatiamo però che tre anni dopo il collasso della economia argentina, avvenuto sotto il peso delle ricette per lo sviluppo fornite dal FMI e dalla Banca Mondiale, ...... la ripresa in sboccio della nazione sud-americana sbalordisce gli osservatori internazionali.Sfidando le prescrizioni del FMI, il presidente Kirchner ed i suoi consiglieri economici avevano detto ai creditori di mettersi in coda ed attendere, mentre si ricostruiva l'economia a partire dal punto piu’ basso.Un eccellente articolo sul ”New York Times” ne riferisce la storia. Il saccheggio dell'Argentina da parte della finanza internazionale. e la susseguente disintegrazione della sua economia nel dicembre 2001, e' solo uno degli esempi di quale sia stata la politica ufficiale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale per decenni: indebitare le nazioni in sviluppo. garantendo enormi prestiti per progetti che beneficiano gli appaltatori stranieri piuttosto che l'economia locale, raccogliere i rimborsi e, quando avviene il del tutto prevedibile default finanziario, passare alla spremitura per "aprire la nazione alla economia di mercato". Abbassare le paghe, eliminare ogni sussidio sociale, aprire i servizi di base alla competizione multinazionale e cedere le materie prime a prezzi di svendita.John Perkins, in passato un membro rispettato della comunità bancaria internazionale, ha deprecato duramente questa pratica. Nel suo libro "Confessioni di un sicario dell'economia" descrive come egli, da professionista ben pagato, aiutò gli Usa a derubare nazioni povere in tutto il mondo per migliaia di miliardi di dollari, concedendo loro in prestito più denaro di quanto esse potessero eventualmente restituire, e successivamente a prendere possesso delle loro economie.In effetti le aspre critiche mosse dai seguaci del globalismo economico dipingono un quadro a tinte nere. La "soluzione magica" proposta dagli economisti è – difficile da credere - legare la valuta argentina al dollaro e rinnovare gli sforzi per compiacere la finanza internazionale.Peccato che naturalmente ciò sia esattamente la causa primaria del crollo.Come si comportarono gli argentini? Ripudiarono il "buon consiglio" ed iniziarono a lavorare nella propria nazione, convincendosi che l'economia di un paese non viene costruita con investimenti internazionali, quanto piuttosto con produzione e consumi realizzati proprio all'interno di esso.Quando l'economia argentina collassò nel dicembre 2001, le previsioni da giorno del Giudizio Universale abbondavano. A meno che essa adottasse politiche economiche ortodosse e siglasse velocemente un accordo con i suoi creditori stranieri, certamente sarebbe seguita una super-inflazione, il peso sarebbe diventato senza valore, investimenti e riserve di valuta estera sarebbero svaniti ed ogni prospettiva di crescita sarebbe stata soffocata.Ma tre anni dopo che l'Argentina dichiarò un default per un debito record di più di 100 miliardi di dollari, il piu' ampio nella storia, l'apocalisse non e' arrivata.Invece l'economia e' cresciuta del +8% annuale per due anni consecutivi, le esportazioni sono parecchio cresciute, la moneta e' stabile, gli investitori stanno gradualmente ritornando e la disoccupazione e' calata dai livelli record - il tutto senza un accordo relativo al debito, ne' le misure standard richieste dal Fondo Monetario Internazionale per concedere la sua approvazione.La ripresa argentina è stata innegabile, ed e' stata raggiunta almeno in parte ignorando e persino sfidando l'ortodossia economica e politica.Piuttosto che procedere alla immediata soddisfazione dei possessori di obbligazioni, banche private ed FMI, così come invece altre nazioni in sviluppo hanno fatto in crisi anche meno severe, il governo a guida peronista scelse per prima cosa di stimolare i consumi interni e disse ai creditori di mettersi in coda insieme a tutti gli altri."Questo e' un importante evento storico, che sfida 25 anni di politiche fallimentari" ha asserito Mark Weisbrot, economista presso il Centro di Ricerche Economiche e Politiche, gruppo di ricerca di orientamento liberale in Washington."Mentre altre nazioni continuano tuttora a zoppicare, l'Argentina sta sperimentando una crescita molto sana, senza che alcun segno indichi che essa non possa continuare, ed essi hanno ottenuto questo risultato senza essere costretti a fare alcuna concessione per ottenere l'arrivo di capitale straniero."Le conseguenze di tale decisione si possono vedere nelle statistiche governative e nei negozi. Piu' di due milioni di posti di lavoro sono stati creati a partire dal punto piu' basso della crisi all'inizio del 2002, e secondo le statistiche ufficiali anche il reddito reale, cioe' al netto della inflazione, e' rimbalzato, ritornando quasi al livello degli ultimi anni '90.Fu in questi anni che la crisi emerse, e in quel periodo l'Argentina provo' a stringere la cinghia secondo le prescrizioni FMI, col solo risultato di collassare nella peggiore depressione della sua storia, che provocò anche l'avvio di una crisi politica.Alcuni dei nuovi posti di lavoro provengono dal programma governativo volto alla creazione di occupazione a bassa paga, ma circa la meta' riguardano il settore privato.Come risultato, la disoccupazione è sceso da piu' del 20 % a circa il 13 %, ed il numero di argentini che vivono sotto la linea della poverta' e' sceso di circa 10 punti percentuali dal livello record del 53,4 % di inizio 2002.Gli economisti tradizionali, seguaci del libero mercato, rimangono scettici riguardo l'approccio governativo.Mentre riconoscono che c'e' stata una ripresa, la attribuiscono soprattutto a fattori esterni piuttosto che alle politiche del Presidente Néstor Kirchner, che ha assunto la carica dal maggio 2003.Inoltre sostengono anche che la ripresa comincia a perdere forza. "Siamo stati fortunati"- ha affermato Juan Luis Bour, capo economista presso la Fondazione Latino-Americana di Ricerche Economiche in Argentina."Abbiamo avuto prezzi alti per le merci e bassi tassi di interesse. Ma se vogliamo crescere, dobbiamo fare un accordo per la questione del debito e riscontrare l'arrivo di capitale estero." Il FMI, che i dirigenti argentini incolpano di aver provocato la crisi in prima battuta, ribatte che l'attuale governo agisce almeno in parte come il FMI ha sempre raccomandato.Ha limitato la spesa e si e' attivato per incrementare le entrate, una prescrizione classica per una economia sofferente, ed ha accumulato un attivo di entita' doppia di quella che il Fondo aveva richiesto prima che le trattative fossero congelate molti mesi fa."Il ritorno a questi numeri incoraggianti e' stato molto aiutato da una disciplina fiscale, che e' quasi senza precedenti secondo gli standard argentini"- ha affermato John Dodsworth, il responsabile FMI in Argentina."Abbiamo avuto un attivo primario che e' aumentato in maniera decisa in questi pochi ultimi anni, sia a livello centrale che a quello provinciale, e che e' stata l'ancora fondamentale dal lato economico."Ma una parte di tale attivo record del bilancio e' arrivato da un paio di tributi sulle esportazioni e sulle transazioni finanziarie, che gli economisti ortodossi del FMI e di altri organismi vogliono vedere abrogati.Circa un terzo delle entrate governative è ora raccolto da tali tributi, che sono aumentati."Il FMI vuole che queste tasse siano eliminate, ma d'altra parte i suoi rappresentanti desiderano anche che l'Argentina migliori la sua offerta ai creditori e anche che essa rimborsi il Fondo, cosi' da poter ridurre la sua esposizione presso di esso" - ha affermato Alan Cibils, economista argentino associato allo indipendente Centro Interdisciplinare per lo Studio di Indirizzo Pubblico in Argentina.In altre parole dicono: "Dovete pagare di piu' e trattenere di meno", che e' una prescrizione sicura per produrre un'altra crisi.A causa della assenza di un accordo sul debito e dello stallo sulle tariffe delle "utility" (gas, luce e acqua), alcuni investitori, specie europei, continuano ad evitare l'Argentina, citando quella che chiamano la carenza di "sicurezza giudiziaria". Ma altri, soprattutto latino-americani, abituati ad operare in ambienti instabili o essi stessi sopravvissuti a simili crisi, hanno aumentato la loro presenza in Argentina a causa della espansione delle opportunita'.Durante una visita di stato, il presidente cinese Hu Jintao ha annunciato che la sua nazione progetta di investire venti miliardi di dollari in Argentina nello spazio dei prossimi dieci anni.Ma il grosso dei nuovi investimenti viene dagli stessi Argentini, che stanno cominciando a spendere il loro denaro in patria, sia riportando i loro risparmi dall'estero, sia prelevandoli dal di sotto dei loro materassi.Per la prima volta in tre anni, e' maggiore la quantita' di denaro che entra nella nazione di quella che ne esce.Cio' ha consentito a Kirchner il lusso di assumere una linea dura con il fondo monetario e con i creditori esteri che reclamano il rimborso."La questione e' che l'Argentina ha al momento un attivo di conto, cosicche' essa in realta' non ha granche' bisogno di investimenti stranieri" - ha affermato Claudio Loser, economista argentino e precedente direttore del FMI per l'emisfero occidentale."Gli investimenti nazionali stanno prendendo piede, perche' vi sono opportunita' in agricoltura, petrolio e gas." Proprio questa settimana il governo ha annunciato che le riserve di valuta estera sono risalite a 19,5 miliardi di dollari, il loro livello piu' alto a contare dal crash e a piu' del doppio del minimo segnato a meta' del 2002, un anno che segno' un deflusso netto di 12,7 miliardi di dollari.Il picco degli investimenti negli anni '90 era del 19,9 % del PIL, e oggi e' del 19,1%, in risalita da un minimo del 10%.Il governo Kirchner continua a cercare un accordo riguardo il debito di 167 miliardi di dollari tuttora esistente e progetta di effettuare quella che esso definisce la sua offerta finale.Ma la svolta in Argentina ha inspirato un tale senso di confidenza che il governo non solo parla di tagliare i suoi ultimi legami con il FMI, ma anche insiste che ogni rimborso ai possessori di obbligazioni debba essere condizionato al protrarsi della buona salute economica dell'Argentina.Semplificando possiamo dire: “Nessuno puo' raccogliere soldi da una nazione che non sta crescendo economicamente."Guardando alla situazione italiana non possiamo prescindere da queste vicende e non possiamo non trarne insegnamento. Con le dovute proporzioni, l’italia non ha le materie prime dell’Argentina per esempio, constatiamo che spesso le visioni degli organismi economici internazionali sono assolutamente “lunari” e completamente staccate dalla vita economica di un paese, rispondere ad un ente superiore di controllo non vuol dire piegare un'economia già disastrata a pareggiare dei conti impossibili, se da un lato è giusto che banche ed organismi finanziari operino in Euro, moneta con forte potere di scambio, non capiamo perché il cittadino per comprare il pane debba usare questa moneta scomoda e ingombrante. Se vogliamo evitare la crisi argentina, a cui purtroppo pare siamo avviati, non occorre asservire le urla disperate del Financial Times ma ristabilire i parametri di un corretto sviluppo evitando le ricette spesso fallimentari degli organismi monetari internazionali.Maurizio Ceraudo

10.5.06

INTERVISTA A FREI BETTO


L'amico Gigig Fioravanti mi manda questa intervista a Frei Betto che pubblico molto volentieri

Intervista a Frei Betto, di Yuri Brunello, LeftAvvenimenti 13 aprile 2006, p.32

I sondaggi delle ultime settimane danno in Brasile il presidente Lula vincente alle elezioni dell'ottobre prossimo, La sua rielezione vorrebbe dire molto, Le critiche piovute sull' attuale presidente brasiliano - di coI11lzione da destra, di collusione con il neoliberali­smo da sinistra - non sembrano avere compromesso la fiducia che la maggioranza del popolo brasiliano ha riposto in lui. Luci e ombre del primo governo della sinistra radicale dell' America latina dei nostri giorni sono affrontate in A mosca azul, l'ultima opera di Frei Betto, pub-blicata dall'editore brasiliano Rocco. lntellettuale di punta del Brasile contemporaneo,­Frei Betto è una delle intelligenze più lucide della realtà politica e culturale latinoamericana. Anche perché, fino a poco tempo fa, nel governo di Ignacio Lula da Silva era impegnato con l'incarico di coordinatore della mobilitazione socia del programma Fame zero.
A fine anno in Brasile si tenranno le presidenziali. Lula per ora è il favorito. Se sarà rieletto, cosa dovrà conservare delle scelte del suo governo e cosa dovrà cambiare?
Lula ha governato bene in questi quasi quattro anni. Il problema è che gli è mancato il tempo per fare tutte le riforme che servivano: quella tributaria, quella politica, quella della riforma agraria. Delle cinque riforme promesse solo quella previdenziale è stata realizzata. Il presidente è un punto cruciale per l' equilibrio dell'attuale America latina. Senza Lula, non so se sarebbe possibile per il presidente Chavez mantenere la stabilità del governo, per Castro la sovranità di Cuba.
Senza Lula, non so se Evo Morales in Bolivia avrebbe vinto e se, in prospettiva futura, sarebbero possibili il ritorno di Daniel Ortega alla guida del Nicaragua, l'elezione di Obrador in Messico e quella di Humala in Perù. Lula ha condotto un'ammirevole politica estera, rifiutando l'accordo sull'Area di libe­ro commercio delle Ame­riche proposto dalla Casa Bianca, rilanciando il Mercosul e stabilendo l'asse tra il Brasile, l'Africa del Sud, l'India e la Cina. Una volta rieletto, Lula dovrà rafforzare la sovra­nità brasiliana, controlla­re l'inflazione, ampliare il programma Fame zero e la politica della distribuzione delle rendite attraverso il progetto Borsa famiglia.
Cosa dovrà cambiare?
Dovrà realizzare la promessa riforma agraria, aumentare le offerte di lavoro, ridurre la violenza urbana e, soprattutto, cambiare la politica economica eccessivamente in recessione e beneficiaria del capitale proveniente dalle speculazioni.
Lei è stato il coordinatore della mobilitazione sociale del progranuna Fame zero. Dal suo incarico però si è dimes­so. In polemica con chi, o cosa?
È stato per me un onore lavorare nella mobilitazione sociale. di Fame zero, trovarmi al servizio delle famiglie povere del Brasile. Il mio paese ha una popolazione di circa 180 milioni di persone, delle quali circa 53 milioni - 11 milioni e 400 mila famiglie - vivevano, nel 2003, in situazione di precarietà alimentare e nutrizionale, senza un accesso garantito al cibo in quantità sufficiente. Adesso Fame zero aiuta otto milioni e mezzo di famiglie che, ogni mese, ricevono un contributo economico da parte del governo federale e, in cambio, hanno l'obbligo di mandare i figli a scuola, di seguire un programma di assistenza sanitaria e di contribuire alla lotta contro l'anal­fabetismo. Tuttavia Fame zero corre il rischio di non conosce­re una compiuta attuazione senza la riforma agraria, la cui messa in pratica sta conoscendo ritardi notevoli. Ho lasciato il governo Lula, dopo due anni di lavoro, per tornare alla lette­ratura. Ma anche perché dissentivo da una politica economi­ca che mi appariva troppo neoliberale. Non sapevo più come difendere il governo nel corso delle mie conferenze e intervi­ste. Sono però convinto che il Brasile sia migliore con Lula, piuttosto che senza. Per questo, in ottobre, voterò per la sua rielezione.
Nel continente sudamericano si è avviata, con declinazio­ni diverse, una nuova opposizione al neocolonialismo Usa, e un rapporto stretto tra movimenti e governo. Que­sta esperienza continuerà oppure ritiene che non sia la si­nistra a trasformare il potere, ma piuttosto il potere a tra­sformare la sinistra?
L’elettorato latinoamericano sembra stanco dei fallimenti delle politiche pensate a Washington, delle vecchie oligarchie che continuano a privatizza­re il patrimonio pubblico, della fisiologica corruzione dei partiti. Nascono da qui i voti attribuiti ai candidati provenienti dalla povertà o che furono vittime della re­pressione sotto le dittature militari dell'America latina degli anni Sessanta e Settan­ta: Lula, Tabaré Vasquez, Mi­chelet e, adesso, Chavez ed Evo Morales. Le élite, dispe­rate, definiscono populista il modello di società che si sta configurando. In realtà, stia­mo tentando di realizzare cambiamenti sostanziali, dando corpo a una democrazia che da rappresentativa diven­ti partecipativa. Ma i rischi non mancano. Non va dimentica­ta l'analisi che effettuò nel 1911 il sociologo Robert Michels: una volta al governo, i partiti di sinistra tendono a essere as­sorbiti dai loro avversari storici. È il tema del mio libro. E se i governi popolari sudamericani non mantenessero il loro agi­re legato ai movimenti, potrebbero rimanere invischiati nello spietato pragmatismo delle élite. Situazione pericolosissima: alcuni movimenti potrebbero disporsi a cambiamenti per vie alternative, non istituzionali.
Nel libro lei parla dei fenomeni di corruzione che hanno :interessato il governo Lula e il partito del presidente. So­no stati in molti, nella sinistra e non solo quella brasilia­na, a parlare di un complotto ordito da forze filoamerica­ne ai danni dell'attuale governo del Brasile. Lei invece, pur assolvendo alla fine Lula, crede che la corru­zione ci sia stata, anche dentro il suo Pt, il Partido dos trabalhadores.
La corruzione c’è stata. Ha riguardato una piccola parte dei dirigenti del Pt. Queste persone sono riuscite a fare in pochi mesi ciò che in ventanii la dittatura non era riuscita a fare: intaccare moralmente la sinistra brasiliana. Ho scritta A mosca azul per analizzare le cause di questo processo e le possibili soluzioni. La governabilità del governo Lula si regge su due gambe:il congresso nazionale e i :movimenti popolari. Il go­verno ha commesso l'errore valorizzare il congresso trascurando i movimenti. Nonostante ciò, i movimenti, conservando un atteggiamento critico, sosterranno Lula.
Il suo saggio non è una dichiarazione di resa verso la politica. Scrive: «La speranza resta. Una considerevole parte dell'umanità crede e lotta affinché, in futuro, tutti i p getti politici sfocino nella globalizzazione dei diritti e nella civilizzazione dell'amore», Eppure sono molti in Brasile gli elettori del Pt delusi dal partito.
Lo choc è stato molto forte Ma la maggioranza degli 860mila iscritti è rimasta partito. Non si può screditare un intero partito a causa di una mezza dozzina dirigenti che hanno perso ogni contatto con la base. Il Pt, di là del mondo dei poveri, non ha salvezza. Il suo futuro è la coerenza con il suo passato: essere un agente di trasformazione della realtà, brasiliana, di una nazione che si situa al decimo posto tra i paesi più diseguali del mondo.

Frei Betto, saggista, scrittore, politico e intellettuale è stato uno dei protagonisti del movimento studentesco brasiliano. A vent’anni è stato arrestato per attività sovversiva. Entrato nell’ordine domenicano, Frei Betto nel ’69 ha conosciuto di nuovo il carcere in quanto oppositore del regime militare. Impegnato anche sul fronte del giornalismo, tra i suoi libri inchiesta molta eco ha ottenuto quello sul capo rivoluzionario brasiliano Carlos Marighella, tradotto in Italia col titolo Il battesimo di sangue da Sperling e Kupfer e pubblicata nella prestigiosa collana diretta da Gianni Minà “Continente Desaparecido”, come anche i romanzi La musica nel cuore di un bambino e Uomo fra gli uomini.
Frei Betto è una delle personalità di primo piano della teologia della liberazione e della chiesa latinoamericana. La sua intervista a Fidel Castro, nella quale, per la prima volta il leader comunista trattò pubblicamente il tema della religione, è diventato un bestseller tradotto in oltre trenta paesi. Y.b.
(gf)

7.5.06

Luoghi comuni


Durante un soggiorno estivo a Cuba nel 2003 ho scritto queste considerazioni in risposta ad uno dei tanti articoli spazzatura scritti per screditare l'"anomalia cubana"
Cuba, disinformazione e luoghi comuni.

Durante un lungo soggiorno sull’isola caraibica mi sono reso conto di quanto la nostra “informazione democratica” sia bugiarda e ci induca a vedere quello che succede nel mondo in modo errato e di parte. Grazie alla mia innata curiosità e scarsa attitudine a credere a ciò che dicono i nostri mezzi di “informazione”, preferisco, quando possibile, andare a vedere di persona per rendermi conto di come realmente stanno le cose. Confrontando quanto viene detto e scritto su Cuba con la realtà che là ho incontrato, ho potuto verificare che molte nostre convinzioni non sono altro che luoghi comuni per niente corrispondenti alla realtà.
Premettendo che Cuba non è il paradiso terrestre che qualcuno immagina e che l’isola è abitata da persone con tutti i loro pregi e difetti, mi sono convinto che se la Rivoluzione cubana non può essere esportata nei Paesi ricchi ancora meno il nostro sistema può essere esportato nei Paesi poveri del Terzo Mondo. Ciò è dimostrato dal fatto che dove questo è avvenuto ha prodotto dei risultati disastrosi. Però, malgrado queste indiscutibili evidenze, si continua a volere imporre ai paesi poveri il sistema neoliberale e la nostra “democrazia”. Perché qualcuno vuole convincerci che noi siamo i detentori della Verità e che solo la nostra è la “vera democrazia” mentre altri sistemi non possono che essere dittature. Continuiamo a giudicare culture, sistemi politici e religioni diverse dalle nostre come fossero il Male e quindi da eliminare. Perciò ci sentiamo in diritto, anzi in dovere, di fare la guerra. Che ovviamente chiamiamo di liberazione, anche se nessuno ci chiede di essere liberato. In realtà si tratta semplicemente di invasioni…..
E Cuba potrebbe essere uno dei prossimi Paesi da “liberare” visto che gli Stati Uniti stanno aspettando da troppo tempo quella che John Quincy Adams chiamò “la legge di gravitazione politica“ secondo la quale “l’isola cadrà nelle nostre mani come frutta matura”. E per preparare la strada a probabili interventi per la “liberazione dalla dittatura” si fa di tutto per strangolare l’economia cubana e favorire il malcontento che giustifichi un intervento. Il tutto sostenuto dall’“informazione libera e democratica”.
Così si critica Fidel Castro perché sta al potere da oltre 40 anni e non feroci dittatori o emiri arabi che stanno al potere tutta la vita, ostentando ricchezze su ricchezze e affamano gran parte del loro popolo. E si dipinge Castro come una macchietta. Anche chi, come me, è tutt’altro che attratto dal culto della personalità, approfondendo la conoscenza del personaggio deve ammettere che Fidel Castro in realtà è un uomo politico di rara capacità, intelligenza e lungimiranza.
Disse che l’Argentina stava per collassate e fu accolto da un coro di critiche ironiche. Dopo due mesi l’Argentina crollò, e Castro disse che chiunque volesse proporsi come nuovo Presidente era un pazzo. Nel giro di pochi mesi tutti quelli che ci hanno provato hanno fallito in pochi giorni!
Fidel Castro cercò ci dissuadere i sandinisti nicaraguesi che, consigliati dalle sinistre europee, decisero di indire “libere elezioni democratiche”. Non venne ascoltato e al potere tornarono coloro che avevano ridotto il Nicaragua ad essere il terzo Paese più povero del mondo. Le conquiste della rivoluzione sandinista, che per dieci anni avevano ridato speranza ai nicaraguesi, vennero soffocate dalla propaganda finanziata dai dollari statunitensi e addio a scuole e cure mediche per tutti. E il Nicaragua è tornato ad essere il terzo Paese più povero del mondo! In cambio i farabutti nicaraguesi e i grandi capitalisti nordamericani fanno ottimi affari.
Fidel Castro criticò aspramente anche la politica di Gorbaciov che aprì la strada alla “democrazia” e alla dissoluzione dell’URSS. E sono tornate in quei Paesi la guerra, il terrorismo e la povertà. Intanto qualcuno si è arricchito enormemente, il potere economico è in mano alle mafie e molti muoiono di fame. E la Russia da superpotenza sta rapidamente ritornando alle condizioni di prima del 1917 quando era parte del Terzo Mondo!
“Santità ogni notte milioni di bambini non hanno un tetto sotto il quale dormire, nessuno di questi è cubano” ha detto Fidel davanti alle televisioni di tutto il mondo durante la storica visita del Santo Padre sull’isola caraibica. Chi altri lo può dire?
Non solo un tetto, ma anche acqua potabile, energia elettrica e gas sono garantiti a tutti, indipendentemente dal reddito!!!! In quale altro paese al mondo succede questo????
La verità è che Cuba ha la politica sociale migliore di tutta l’America Latina, mentre le politiche neoliberiste hanno portato al fallimento intere economie. Come in Messico e in Argentina, in Colombia, Bolivia, Ecuador, Perù,ecc.
Ma noi abbiamo la “democrazia”. Anche se la “democrazia” produce un divario sempre più ampio tra i pochi ricchi e il resto della popolazione. E poi è davvero democrazia eleggere il Presidente del Consiglio dovendolo scegliere tra due soli candidati? Siamo sicuri che il popolo italiano partecipi di più alle scelte di quello cubano? Che ne sarebbe dell’istruzione, della sanità, della casa, dell’energia elettrica e dell’acqua potabile per tutti se al potere venisse “democraticamente” eletto un Cavaliere con i suoi avvocati?
A Cuba, paese povero del Terzo Mondo, l’assistenza sanitaria è efficientissima, di alta qualità e gratuita. E in Italia? E l’istruzione è di alto livello e gratuita e la percentuale di laureati è elevatissima.
Mentre da noi, come del resto in tutti i Paesi ricchi, il tasso di disoccupazione, soprattutto al Sud, è elevatissimo a Cuba è praticamente inesistente.
La prima cosa che deve garantire un sistema politico “umano”, sia esso capitalista, socialista o altro, è la vita. Bene, a Cuba prima della Rivoluzione si contavano 5 800 000 abitanti, ora, nonostante le nascite siano diminuite, sono più di 11 000 000 e la mortalità infantile e l’aspettativa di vita sono al livello dei Paesi ricchi. Situazione ben diversa da quella riscontrabile negli altri Paesi poveri.
Un esempio di come a Cuba si dia importanza alla vita è dato dal fatto che quando nell’area caraibica si scatenano le forze della natura con nubifragi e uragani spaventosi, negli altri Pesi si contano migliaia di vittime mentre a Cuba, grazie ad un efficientissimo sistema di prevenzione, le perdite di vite umane sono pressoché nulle!!!!
“Però manca la libertà”, si dice. Siamo sicuri che noi siamo più liberi dei cubani? Cosa intendiamo per libertà? Siamo convinti che la libertà ce la dà il sistema. Nessun sistema ha mai dato la libertà. La libertà è una conquista individuale… al massimo il potere ci dà la “sua libertà”. Io sono convinto che a Cuba ci sono più individui liberi che in Italia.
“A Cuba c’è la repressione contro i dissidenti”. Tutti i sistemi reprimono i dissidenti ma a Cuba non è mai successo quello che per esempio è successo a Genova…
“Le carceri cubane sono disumane”. Non è affatto vero. Le carceri disumane le abbiamo noi. E gli Stati Uniti. Chiediamolo ai reclusi di Guantanamo e agli altri prigionieri politici. E ai 5 cubani arrestati negli USA perché stavano indagando sugli anticastristi di Miami responsabili di vili atti di terrorismo.
Lo scorso anno ho incontrato un’italiana arrestata a Cuba per traffico di droga. Con altri carcerati era stata condotta sulla spiaggia per fare il bagno. Mi ha detto di essere sorpresa di come a Cuba vengono trattati i carcerati. E mi ha fatto parlare con il responsabile delle carceri cubane. Una persona colta, cordiale e affabile, molto diversa dallo stereotipo che ci viene propagandato!
“A Cuba c’è la pena di morte”. Come se nel Paese più “libero e democratico del mondo” non venissero condannate a morte centinaia di persone ogni anno! Come in molti altri Paesi.
La vicenda dei tre condannati a morte per il sequestro di una lancia è stata utilizzata per fare la solita campagna di disinformazione e qualsiasi tentativo di raccontare la verità è stato censurato dai mass-media. Siamo sicuri che i tre fossero dei dissidenti e non dei mercenari? Nessuno scrive delle migliaia di vite umane stroncate da questi veri e propri atti di terrorismo che negli Stati Uniti vengono premiati anziché condannati. E che esiste un trattato tra Cuba e Stati Uniti per l’emigrazione regolare di 20 000 persone l’anno, trattato che gli Stati Uniti non rispettano concedendo soltanto, e ad alto prezzo, poche centinaia di visti “incoraggiando” invece i sequestri di navi e aerei. Io sono da sempre un sostenitore dell’abolizione, non solo della pena di morte, ma anche dell’ergastolo. Ma questo non mi impedisce di fare dei distinguo tra tre condannati per reati gravissimi e centinaia di condannati per reati che spesso non sono stati commessi. Eppure Cuba è il Male mentre gli Stati Uniti sono il Bene……
“A Cuba c’è la corruzione”. Certo, ma non è paragonabile a quella italiana. Specialmente tra le alte sfere. E non si perseguono i giudici che cercano di combatterla!
“A Cuba c’è la prostituzione”. Certamente! La prostituzione c’è sempre stata, in qualunque luogo e in qualunque epoca, ma sicuramente a Cuba non è ai livelli degli altri Paesi del terzo mondo visitati dai nostri “turisti”…
Si dice che con la “democrazia” e il libero mercato i cubani godrebbero una buona vita. Basta vedere la buona vita che gode la gente in Guatemala, Nicaragua, Panama, Repubblica Dominicana, Granada, ecc.
E si potrebbe continuare all’infinito con i luoghi comuni….
Viene da chiedersi se la disinformazione sia dovuta a un grande regista occulto o alla volontà dei giornalisti. Io penso sia dovuta semplicemente alla convenienza. Dei potenti che detengono i mezzi di informazione e dei giornalisti che con la scusa di “difendere i nostri valori” o “difendere i nostri interessi” in realtà pensano solo a fare carriera e a un lauto salario. Sicuramente ci sono giornalisti capaci ed onesti però mancano editori liberi. Ed è difficile chiedere di essere ogni giorno un eroe ad un giornalista che deve guadagnarsi da vivere.
Per questo nella nostra “democrazia” succede che un personaggio senza alcuna qualità politica ma dotato di potenti mezzi d’informazione riesca a farsi eleggere Presidente del Consiglio!! E mentre Fidel Castro è accolto nei suoi viaggi da folle speranzose, il nostro Presidente rimedia figuracce ogni volta che apre bocca. E per evitare di essere derisi alcuni italiani vanno all’estero portando magliette con scritto in tutte le lingue “io non ho votato Berlusconi”.
Alla luce di quanto esposto bisogna ammettere che l’economia pianificata risolve molti dei problemi di fondo dei Paesi del Terzo Mondo mentre l’imposizione neoliberista continua a distruggere l’economia dei Paesi in cui viene applicata. Per questo il sistema cubano, anche se si chiama socialista, piuttosto che “liberato” dovrebbe essere protetto come patrimonio dell’umanità…. Invece si applica un vergognoso blocco economico, criticato anche dal Papa che sicuramente non è un sovversivo comunista! Ma le parole del Papa vanno ascoltate solo quando fanno comodo ai potenti. Sarebbe più opportuno aprirsi alla collaborazione e al libero scambio. Solo in questo modo si aiuta davvero la democrazia!
L’arroganza e la prepotenza dei governi degli Stati Uniti, al servizio delle grandi imprese e dei grandi capitali, e l’incapacità dell’Europa di recuperare la sua sovranità, stanno portando il mondo verso la catastrofe. Si continuano a sostenere con tutti i mezzi, leciti e non, dittature efferate e crudeli che però sono funzionali agli interessi dei potenti. Mentre si invadono Paesi che non rispondono a queste logiche inventando scuse ridicole per giustificare gli interventi. Come quella del possesso di armi di distruzione di massa. Se davvero si vogliono trovare le armi di distruzione di massa basta andarle a cercare al Pentagono. Lì sicuramente ci sono!!!!
Si vuole istituire un Tribunale Internazionale per giudicare i crimini di guerra, ma gli Stati Uniti ci stanno solo a patto che loro non siano giudicabili!!! Ovviamente! Altrimenti tutti i Presidenti Usa sarebbero condannati. Chi ha buttato le bombe atomiche su Hiroschima e Nagasaky? Chi ha commesso i crimini in Vietnam? Chi è ha sostenuto le criminali dittature in Nicaragua, Guatemala, Sudamerica e in tutti gli angoli del globo? E l’elenco sarebbe infinito….
Per avere un’idea dell’arroganza dei padroni del mondo basta ricordare che alcuni anni fa nel nostro Paese due “eroici” piloti statunitensi, giocando con i loro aerei, hanno tranciato i cavi di una funivia causando la morte dei turisti che la occupavano. Chi ha giudicato i due “eroi”? Naturalmente un tribunale militare americano che, nel pieno rispetto delle norme giuridiche forti con i deboli e deboli con i forti, li ha veramente assolti! I poveri turisti si saranno tagliati i cavi da soli! E fatti di questo genere avvengono continuamente in ogni parte del mondo.
E si considerano eroi i soldati che invadono i Paesi “cattivi” mentre coloro che si sacrificano per difendere il loro paese dall’invasione sono considerati terroristi.
Possibile che non si riesca a capire che in questo modo si alimenta veramente il terrorismo? Attentati criminali come quelli dell’undici settembre troveranno così una giustificazione sempre più ampia e si moltiplicheranno. E gli Stati Uniti anziché essere il Paese che tutti invidiano stanno diventando il Paese più odiato.
Questa politica non fa nemmeno l’interesse dei grandi capitali. Davvero credono di guadagnarci instaurando nel mondo un clima di terrore? A me viene da pensare che i grandi potenti siano anche dei grandi stupidi. A cominciare dal Presidente Bush. Confondono la potenza con la prepotenza e come tutti i prepotenti sono destinati a finire male. Peccato che nel frattempo le conseguenze di tutto questo le paghino i più deboli….
Io penso che sia giunto il tempo di voltare pagina e ascoltare le voci che da tutto il mondo ci dicono che questa strada non è percorribile. Lo dice il Papa e lo dice Fidel Castro, lo dicono Premi Nobel e intellettuali, lo dicono gli zapatisti messicani, gli indigeni sudamericani e i milioni di persone che manifestano in tutto il mondo contro questo tipo di sviluppo imposto dai potenti. E soprattutto lo dicono le immagini e i racconti che ci vengono dai luoghi dove si muore per fame!!!
Per voltare pagina è necessario dire la verità, anche se scomoda e apparentemente controproducente. E per dire la verità non è assolutamente necessario essere comunisti o rivoluzionari. Io mi considero un moderato ma essere moderati non vuole dire chiudere gli occhi e far finta di non vedere ciò che non ci fa comodo vedere. Come fanno per esempio tanti intellettuali disonesti che si offrono agli interessi dei potenti, dimenticando etica e moralità. E purtroppo qualche volta anche alcuni politici che si definiscono progressisti.
Sconfiggere le guerre e il terrorismo è possibile. Basta rispettare i vari popoli, la loro storia e la loro sovranità, le diversità culturali e religiose. E sostenere politiche sociali a favore dei più deboli, ridimensionando le ambizioni dei potenti.
Dobbiamo imparare a vedere le cose come sono in realtà e a non farci influenzare da chi ha interessi in merito.
I Paesi poveri hanno subito tre tipi di invasione. La prima con le armi, la seconda spirituale e la terza economica. Non possono sopportare ulteriori imposizioni.
Il nostro Presidente del Consiglio ci parla spesso di cento milioni di morti causati dal comunismo. Dovrebbe aggiornarci anche sul numero di vittime del capitalismo e dall’imperialismo. Fatte le debite proporzioni, tra guerre, occupazioni, sparizioni, repressioni, morti per incidenti sul lavoro evitabili se si rispettassero i lavoratori, morti per fame, ecc. si dovrebbe ragionare in termini di miliardi!!!
Il mondo sarebbe sicuramente migliore se Bush, Blair, Berlusconi, Aznar e compagnia bella la smettessero di decidere qual è il bene e il male per tutti i popoli della terra! Perché non si preoccupano di risolvere i problemi e le ingiustizie che ci sono nei loro Paesi?
Conosco un cubano che vive all’estero e torna ogni anno a Cuba per non perdere il diritto alla casa.
Dice di temere che prima o poi gli venga tolta. Io gli detto che sicuramente il sistema cubano una casa glie l’ha data e quasi sicuramente non glie la toglierà mentre il sistema capitalista, visto che non è un ricco, non glie l’avrebbe data e se quel sistema dovesse ritornare a Cuba, quasi sicuramente la perderebbe.
Ho conosciuto un italiano titolare di un’impresa che commercia con Cuba. E’ arrabbiato con il Governo cubano perché impone regole che intralciano i suoi affari. Lui vive in una villa all’Avana, ne ha una in Italia e un’altra in un altro Paese dei Carabi. E il Governo cubano dovrebbe preoccuparsi di rendergli la vita più facile magari a spese dei cubani…. Quello che praticamente avviene in tutti gli altri Paesi del Terzo mondo!
Per capire tutto questo un viaggio a Cuba può servire. A patto di andarci per vedere quello che c’è e non quello che si vuole vedere. Io ho cercato di farlo e anche se mi rendo conto dei miei limiti penso di potere raccontare le mie impressioni con maggiore cognizione di causa rispetto a certi nostri ministri fascisti che quotidianamente ci raccontano la loro verità dalle pagine dei giornali e dagli schermi delle nostre televisioni “libere e democratiche”.
Come ho detto all’inizio, Cuba non è il paradiso in terra, ci sono sicuramente molti problemi da risolvere e molte cose da cambiare ma io concordo con il grande scrittore uruguaiano Eduardo Galeano che dice che “per più di quarant’anni la Rivoluzione cubana, punita, bloccata, calunniata, ha fatto parecchio di meno di quanto avrebbe voluto ma ha fatto molto di più di quanto poteva. E continua a farlo. Continua a commettere la pericolosa follia di credere che noi esseri umani non siamo condannati all’umiliazione”.
Il sistema cubano può non essere un modello di democrazia da imitare e si può discutere sulla violazione delle libertà e dei diritti dei cittadini. Io credo che siano necessari dei cambiamenti ma questo è solo un mio parere e il da farsi è meglio che lo decidano i cubani….

Elio Bonomi
Ciudad de La Habana 30-08-2003

Forbes e le ricchezze di Fidel Castro


La rivista americana Forbes ogni anno pubblica questa ridicola classifica che vede Fidel Castro tra i dieci uomini più ricchi del mondo. Chi ha un minimo di onestà sa benissimo che questa è solo una delle tante notizie create ad arte per denigrare Cuba e quello che rappresenta. Basta approfondire la notizia e non è facile scoprire che a Fidel Castro vengono accreditate le proprietà di tutte le imprese statali cubane. Semplice no? Quello che mi è incomprensibile è perchè tutti i giornali italiani, anche quelli di "sinistra", prendano per buona questa notizia senza preoccuparsi di verificarne l'attendibilità. Anche a sinistra è politicamente più redditizio denigrare Cuba.....
Lo scorso anno ho contestato la notizia ad un quotidiano locale, la mia lettera non è mai stata pubblicata, attendo ancora una risposta oppure una querela.... Ecco il contenuta della lettera al giornale.

Su La Provincia di Sondrio di ieri è stato pubblicato in prima pagina un editoriale di Livio Caputo titolato: Arafat e Fidel nel Club dei ricchi.. Ho letto l’articolo in questione e, spero di non essere il solo, ne sono rimasto indignato. Com’è possibile leggere ancora certa insensata propaganda sull’unico quotidiano locale? Poi ci si lamenta che si vendono pochi giornali!
Io conosco poco, se non per quanto letto o per sentito dire, la storia di Arafat e dei palestinesi. Non avendo mai visitato quelle terre e conosciuto quel popolo, evito di commentare quanto scritto sull’argomento.
Contrariamente conosco molto bene la storia di Fidel Castro e del popolo cubano. Tra loro vanto più di un’amicizia e ne vado particolarmente orgoglioso.
Leggendo quanto scritto su Fidel Castro, così si chiama e non semplicemente Fidel come lo dovrebbero chiamare solo gli amici, mi sono chiesto il perché uno debba scrivere simili idiozie. E ho pensato che Livio Caputo, che assolutamente non conosco, possa essere uno dei tanti giornalisti ben pagati per fare il mestiere di propagandista di regime. Però forse mi sbaglio e la motivazione potrebbe essere un’altra….
Caputo scrive che il dato più stupefacente non è che nell’elenco dei politici più ricchi del mondo pubblicato sulla rivista Forbes, compaia Silvio Berlusconi che vale 10 miliardi di dollari, ma è stupefacente che il patrimonio di Yasser Arafat ammonti a 200 milioni e quello di Fidel Castro a 150. Siccome, dice Caputo, nessuno dei due ha mai lavorato, quei soldi non possono che essere stati rubati ai rispettivi popoli che vivono nella miseria.
Che i politici non lavorano, e quindi rubano, lo ha appena detto qualche altro propagandista. Forse ha anche dato l’ordine ad altri di rimarcarlo. Per quanto riguarda i 150 milioni di dollari che Fidel Castro avrebbe sottratto al suo popolo, fatti i debiti conti, in quarantacinque anni di governo, o dittatura a seconda dei punti di vista, Fidel Castro avrebbe rubato circa 12 dollari ad ogni cubano! Magari al popolo italiano fosse stato riservato il medesimo trattamento…. Le cause della povertà dei popoli del Terzo Mondo sono ben altre e penso che Livio Caputo le conosca benissimo. Se non le conosce glie le posso spiegare io…
Che Fidel Castro possieda quel patrimonio non è poi così facile crederlo. Non perché io sia un ingenuo idealista che crede nei miti, ma al contrario, perché alla luce di quanto sta avvenendo nel mondo, credere a quanto viene propagandato sui vari “dittatori” è veramente da ingenui. Potremmo sentirci dire che Fidel Castro è in possesso di armi di distruzione di massa, che è necessario “liberare” Cuba, che dobbiamo mandare i nostri soldati in “missione di pace”. Poi magari sentirci dire che le armi di distruzione di massa non c’erano ma che comunque la colpa è di Fidel Castro che ce l’ha fatto credere….
Io penso che scrivere articoli come quello citato faccia male al giornalismo, alla libertà e alla democrazia. Fare simile stupida propaganda in questo drammatico momento che l’umanità sta vivendo è da incoscienti. Proprio in questi giorni che a poca distanza da Cuba, nella disastrata Haiti dove l’1% della popolazione detiene la totalità della ricchezza e la speranza di vita è di solo 50 anni, si sta consumando un’altra tragedia causata dall’insaziabile avidità dei ricchi!
Tutti hanno il diritto di pensare quello che credono su Cuba, anch’io ho le mie critiche da fare, ma per favore smettiamola di fare così bassa propaganda. Ricordiamoci che Fidel Castro, Camillo Cinfuegos, Ernesto “Che” Guevara, la cui figura non dovrebbe essere ridotta a semplice gadget ma ne andrebbe invece rivalutata la statura morale, e l’intero popolo cubano sono stati protagonisti di memorabili pagine di storia. E ricordiamoci anche quanto è stato fatto dopo la Rivoluzione. Malgrado un vergognoso blocco economico che non ha precedenti nella storia e che avrebbe distrutto qualsiasi economia, a Cuba, il cui tenore di vita era simile a quello attuale di Haiti, l’aspettativa di vita è al livello dei Paesi più sviluppati, come pure la sanità. L’istruzione è ai massimi livelli e ad ogni cubano è garantita una casa con l’acqua potabile, l’energia elettrica e il gas. Tutto questo in un continente, quello latino-americano, dove tutto ciò è impensabile.
Non voglio entrare nel merito di quanto propagandato sui temi della repressione e delle carceri disumane. Vorrei però ricordare che a Cuba conosco molte persone, alcune contro altre a favore del governo, che discutono liberamente tra loro sostenendo ognuno il proprio punto di vista. Certo, come in qualsiasi Paese, compiere atti sovversivi contro il potere viene perseguito. E magari, io non sono in grado di giudicarlo, qualcuno potrebbe essere stato condannato ingiustamente. Ma questo, e di ciò ne sono certo, succede anche da noi. E che le carceri cubane siano tutt’altro che disumane lo può testimoniare una nostra connazionale lì detenuta, che ho conosciuto e che sostiene di essere sorpresa di come i detenuti vengono trattati. Veramente a Cuba ci sono carceri che in quanto a disumanità non sono seconde a nessuno. Si trovano all’estremità orientale dell’isola. A Guantanamo. Ma sono sotto l’Amministrazione USA…
Fidel Castro può essere apprezzato o meno, però, anche se Caputo sostiene il contrario, è risaputo che ha sempre lavorato moltissimo e malgrado l’età avanzata continua a farlo. Al tal punto che non è mai riuscito a trovare il tempo per scrivere canzoni e cantare con Apicella.
Se penso alla Rivoluzione cubana, e a quel meraviglioso popolo, riesco ancora a provare forti emozioni. Che non riesco a provare per i nostri governanti e il loro capo che “vale 10 miliardi di dollari”. Per non parlare di quegli infaticabili lavoratori che sono certi nostri imprenditori che si sono arricchiti truffando i risparmiatori. Creando sfiducia verso un’intera categoria di persone meritevoli e insostituibili per il nostro sviluppo. Perché invece di abbassarci a questa stupida propaganda non ci occupiamo seriamente dei problemi che affliggono il nostro Paese e l’intera umanità? Magari criticando, quando sbagliano, i nostri governanti anche se sono della nostra parte politica. Io lo faccio sempre. Solo così potremo aiutarli a governare meglio.
Smettiamola con la propaganda ideologica e affrontiamo i tremendi problemi che stanno affliggendo l’umanità. Magari da un altro punto di vista, quello umanitario, appunto.
Concludo con l’auspicio che articoli così insulsi non appaiano più su questo giornale che vorrei continuare a comprare. E, per favore evitatemi la solita insopportabile replica alla quale avrei il diritto di controreplicare, ecc., ecc., ecc. Livio Caputo ha scritto il suo articolo, io ha detto la mia. Punto.
Elio Bonomi